Straordinaria intuizione di Rossini, «segugio» della Storia

Un eterogeneo gruppo di aristocratici provenienti da mezz’Europa si ritrova alle terme di Plombieres: un po’ di bagni e poi via tutti a seguire l’incoronazione del Re. Ma mancano i cavalli per le loro carrozze e così rimangono «imprigionati» nell’albergo a cantare da soli le glorie al monarca. Una trama degna di Luis Buñuel, regista spagnolo che nei suoi film si prese gioco di una borghesia perennemente in movimento verso destinazioni irraggiungibili perché incapace di percepire i mutamenti sociali in corso. Invece è Gioachino Rossini, siamo nel 1825, ed è una vera incoronazione di cui parla l’opera, quella di Carlo X nella cattedrale di Reims. Sacro e antichissimo tempio, caro alla monarchia assoluta, scelto dal sovrano dopo la «profanazione» di Notre-Dame dove era stato incoronato imperatore Napoleone. E la «cantata scenica» fu commissionata, ed eseguita, durante i successivi festeggiamenti. Il regno di Carlo X durò poi solo cinque anni: le sue posizioni ultra reazionarie infatti lo renderanno inviso al popolo che nel 1830 si solleverà costringendolo a un’ingloriosa abdicazione, ponendo fine a due secoli e mezzo di dinastia Borbone. Possibile che quella strana trama fosse un semplice gioco inventato dal maestro pesarese oppure, come spesso capita, l’artista ha avuto una straordinaria intuizione? Nel 1815 con la sconfitta di Waterloo, Napoleone pose fine ai suoi 100 giorni e ogni sogno di dominio in Europa. Tutto sembrava riprendere come se la Rivoluzione Francese fosse stata un semplice incidente della storia. Invece nel giro di pochi decenni ogni Nazione avrà ottenuto sovranità, costituzioni e parlamenti. Ma negli anni ’20 dell’Ottocento l’aristocrazia non se ne rese conto. Nonostante i moti del ’20/’21, seguiti dall’insurrezione decabrista in Russia nel ’25 e da altre agitazioni nel 1830 in mezzo continente. Il contesto sociale, economico e politico stava cambiando radicalmente e rapidamente e quel secolo nato ancora tra crinoline, polpe e parrucche, sarebbe finito con luce elettrica, fotografia, ferrovie, automobili, sindacati e partiti operai. Mutamenti che la classe dominante sciocca e superficiale non seppe capire. Come sono sciocchi e superficiali gli ospiti del Giglio d’Oro, vedi la marchesa polacca Melibea, contesa dal conte russo Libenskof e dal grande di Spagna don Alvaro. O la modaiola contessa francese di Folleville, amante del frivolo connazionale cavaliere Belfiore che corteggia anche Corinna, cantante e poetessa romana, di cui però è a sua volta innamorato l’algido console inglese lord Sidney. E ancora il barone di Trombonok, maggiore tedesco fanatico della musica, e don Profondo, svagato nobile italiano. Impegnati come sono in baruffe, dispute araldiche, duelli galanti, corteggiamenti, abbandoni e riconciliazioni, non si accorgono che tutti i cavalli della zona sono stati ormai noleggiati. Rimarranno pertanto «buñuelianamente» prigionieri del Giglio d’Oro. Mentre fuori si scrive la storia.