UNO STRAPPO AL CONTRARIO

Veltroni scherza col fuoco paragonando l’Italia di oggi alla Russia di Putin: glielo dice uno che dissente totalmente dagli amori putiniani di Berlusconi, visto che per doveri d’ufficio so che cosa e chi è il Kgb di ieri e di oggi: il confronto veltroniano fra Italia e Russia, più che stiracchiato è sbagliato e dimostra a parer nostro, nella sua clamorosa inaccuratezza (“inaccuracy” per l’amico Walter che frequenta la nostra stessa America), il ritorno gravitazionale al passato: all’antiberlusconismo dell’età della pietra, con la clava, un antiberlusconismo che rinuncia persino di comprendere i limiti reali dell’attuale governo per incarognirsi in stereotipi dissennati e sterili.
L’Italia, deve sapere il nostro Walter, è una fortissima democrazia ben viva in tutte le sue aree politiche, anche se si porta dietro vecchie e nuove piaghe. E di questa buona salute di base dovrebbe essere prima di tutto soddisfatto come democratico tout court, visto questo Paese che fino a pochi anni fa non aveva una destra decente da mandare al governo adesso ne ha una che governa con un consenso valutato, dai giornali di sinistra come Repubblica, intorno al sessanta per cento. Il problema, dovrebbe sapere Veltroni (ma lo sa, lo sa…) semmai è la sinistra che non cresce e non crepa un po’ come la capra e la panca dello scioglilingua. Ieri abbiamo letto una sterminata intervista di Veltroni sul Corriere della Sera, l’abbiamo letta con attenzione e con la speranza di trovare finalmente lo scatto, la novità, il colpo di genio politico che permettesse di provare quel che ho provato ieri l’altro sentendo Obama: io faccio il tifo per McCain, ma sono di nuovo rimasto affascinato dalla forza analitica e dalla capacità di progetto che ha Obama e che non ha Veltroni, per quanto gridi «Yes we can», visto che «he can’t».
La tesi generale è che l’Italia marcerebbe verso una forma di democrazia autoritaria col Parlamento svuotato «come nella Russia di Putin». Come cambiano i tempi: quando ero bambino i comunisti italiani cantavano «E noi farem come la Russia, e noi farem come Lenìn». Oggi ci troviamo di fronte ad una strana repulsa contro il giovane ex capo del nuovo Kgb, indicato come il male. E sarebbe poco male, se il paragone calzasse. Ma mentre nella Russia di Putin il Parlamento è composto nella sua quasi totalità di ex ufficiali del Kgb (fra cui quell’Andrei Lugovoi che la giustizia del Regno Unito vorrebbe processare per l’omicidio della mia fonte Alexander Litvinenko), il Parlamento della Repubblica italiana contiene dentro di sé tutte le forze che potrebbero generare e accompagnare una grande e potente rivoluzione liberale.
È vero che il Parlamento appare in questa legislatura una morta gora: ma con chi se la prende Veltroni? Ha idea dell’immagine del suo partito alla Camera dei deputati? Sembra un esercito di fantasmi, la bella addormentata nel bosco per la quale il tempo scorre inutilmente, con Di Pietro che ha, proprio grazie a Veltroni, campo libero di praticare l’antiberlusconismo selvaggio figlio del nuovo populismo senza storia e senza memoria (né futuro). Con chi se la prende il segretario del partito democratico se la politica di questo Paese stagna in una pozza priva di germi vitali?
Il governo governa, ci pare. E lo fa anche bene vincendo sfide grandiose come l’immondizia di Napoli e l’Alitalia. Veltroni dichiara che in realtà il deus ex machina di Alitalia è stato lui perché Colaninno ed Epifani si sono stretti la mano sui divani di casa sua. Sarà, ma è ininfluente: il governo governa, e intorno a questo fatto di per sé ottimo – da cui il consenso popolare così alto da essere definito “imbarazzante” dallo stesso Berlusconi - non c’è politica nella sinistra, non c’è sogno di Obama, non c’è progetto, non c’è genialità, non c’è fantasia, non ci sono quelle cose per cui una sinistra esiste in un Paese democratico: per mantenere in vita genio e sregolatezza con il senso del fattibile, del reale, del vero. E quale rimedio sa trovare Veltroni: il ritorno allo stesso antiberlusconismo becero che lui stesso aveva ripudiato – disse – rinunciando per questo a un bel pacco di voti. E oggi? A volte ritornano, purtroppo. Ma non è un bello spettacolo.
Negli anni Ottanta si aspettava che il Pci «uscisse dal guado», cioè facesse lo strappo decisivo per rompere una volta e per sempre con l’Urss. Ma non ce la fece. Non uscì mai dal guado. È successo semmai che il guado – la melma sovietica – si è prosciugata un giorno da sola lasciando nella melma il Pci nudo e bagnato e costretto a mettersi la foglia di fico di nuovi nomi, nuove ragioni sociali, nuove maschere, nuove imitazioni di altrui identità.
E adesso Veltroni trova che questa democrazia che marcia senza di lui e senza uno straccio di anima da parte dell’opposizione sia autoritaria e putiniana? Ma ha Walter idea di che cosa dice o apre semplicemente bocca perché ne ha una? È già gravissimo che paragoni la democrazia italiana a uno dei più gravi e pericolosi insuccessi della democrazia mondiale, per la quale – intendiamo la Russia – entrambi i candidati alla Casa Bianca hanno espresso non solo preoccupazione, ma riprovazione e paura.
Ma che lo faccia dopo essersi di fatto chiamato fuori dalla costruzione della democrazia è ancora più grave: il suo compito è far rinascere la sinistra, non sparare delle balle imbarazzanti. Il suo compito è ridare a questo Paese la seconda gamba con cui cammina una democrazia, non cercare di segare la gamba che già c’è e che cammina.
Diciamoci la verità: è stata una brutta intervista, venata di piccolo populismo, di modesti luoghi comuni, di una idea forte e assolutamente sbagliata (il confronto con la Russia dei siloviki, i duri paramilitari dell’establishment moscovita) e di un patetico ritorno al passato: l’attacco con la clava a Berlusconi, che fa tanto Flingstone, i cartoni degli uomini all’età della pietra. È andata male anche stavolta: play it again, Walter.
Paolo Guzzanti