Lo strappo di Parisi: «Inutile fare congressi»

da Roma

«L’approdo del partito democratico? Nel Pse». Piero Fassino non ha dubbi sul futuro della Cosa di centrosinistra. Apre anzi pure ai litigiosi eredi del garofano: «Porte spalancate anche a loro, non ci rassegniamo all’autoisolamento dei socialisti». I dubbi, forti, ce l’hanno gli altri. La Margherita, che non vuole sciogliersi in un altro contenitore. «Basta con le ossessioni del passato - dice Giuseppe Fioroni - . Noi dobbiamo tagliare i legami e i Ds devono rescindere il cordone ombelicale con il socialismo europeo. I cattolici non possono essere ospiti sgraditi». Il Correntone della Quercia, che non si fida. «Puoi sbattere quanto vuoi, acqua e olio non si mischiano - sostiene Fabio Mussi - . Io voglio restare di sinistra». E persino Walter Veltroni: «Il Pse? Non è importante nè discriminante. Dobbiamo fare l’esame del sangue e chiedere “sei socialista”? O dobbiamo pensare a difendere i diritti dei lavoratori e la democrazia?».
Il dibattito sarà insomma lungo e sofferto. Francesco Rutelli fissa ancora una volta i confini del Pd: «É un’esperienza che presenta molte opportunità ma pure molti rischi. Innanzitutto noi vogliamo costruire una cosa nuova e non seguito della storia, importantissima, del Pci-Pds-Ds. I nostri amici e alleati sanno questa è una condizione preliminare. E la telenovela sull’iscrizione o no al socialismo europeo è solo uno schermo, perchè il Pci non il Pse non ha nulla a che fare». Un altro pericolo, spiega il presidente della Margherita, è «che nasca un partito di elite mentre invece noi vogliamo mettere in piedi un partito di popolo, non dei salotti». Laico? «Sì - risponde - perchè il laicismo significa rispettare le diverse culture».
Rutelli, dopo la robusta guerriglia interna che nei vari congressi locali gli hanno organizzato i Dl di estrazione democristana, stringe un’intesa con gli ex Ppi di Marini, scontentando così i prodiani. La discussione interna, racconta, si svolge con «vivacità ma con un’intesa fondamentale». Franco Monaco non è per niente d’accordo: «Il Pd che vogliamo non può nascere su queste basi». Uno strappo netto, che ha come prima conseguenza l’Aventino di Arturo Parisi. Il ministro della Difesa, che parla di «diffusa illegalità» e di «risse di potere», diserterà i congressi e invita «a una profonda autocritica».
Dall’altra parte il Botteghino incontra ostacoli anche più alti. Fassino ha con sè i tre quarti del partito, mentre il gruppo di Mussi e forse pure quello di Angius si avviano alla scissione. Una frattura che il segretario «fino all’ultimo» cercherà di ricomporre. «Non c’è nessuna ragione - dice - perchè chi è contrario al partito democratico se ne vada. Del resto mai nel nostro partito le cose si sono decise all’unanimità. Le scelte sono sempre state fatte sulla base di un dibattito democratico in cui si sono manifestate maggioranze e minoranze. Dal giorno dopo si è lavorato insieme per la realizzazione delle cose decise».
Ma il centralismo democratico non regge più. Lo dimostra il disagio di Mussi. «Troppe cose non sono chiare il questo Pd, fatichiamo pure a fare una legge per riconoscere i Dico. Non si può ridurre tutto a una rete di correnti personalizzate che cancellano i simboli della sinistra italiana». Conclusione: «Buona fortuna a tutti».