Lo strappo di Veltroni

La sinistra italiana pone due problemi alla democrazia. Il primo sta nella sua incapacità di rappresentare i suoi stessi sostenitori, i quali la rifiutano col voltastomaco, non la votano e la lasciano colare a picco. Il secondo problema è la tentazione autoritaria della sinistra, che consiste nel considerare l’eventualità di gridare “al lupo” di fronte al governo legittimo. La sinistra, diversamente dalla destra, ha quest’ultima e sciagurata risorsa: quella di dire che la democrazia è in pericolo, che il fascismo è alle porte e che occorre «mobilitare» se non le masse (che non esistono più) almeno quei quattro intellettuali scalcagnati sempre pronti ad andare in scena.

Veltroni è chiuso nella morsa dei due problemi, o meglio del primo problema – il rigetto dell’attuale sinistra da parte degli elettori – che apre la praticabilità del secondo. Veltroni ha un fronte interno e uno esterno. Quello esterno consiste nella disastrosa mancanza di tenuta dimostrata ora anche dalle elezioni in Sicilia in cui delle enclaves «rosse» come la provincia di Enna, seguitano a disertare e a cedere di fronte all’avanzata del centro destra. Questo smottamento continuo si traduce, nel suo partito, in una sconfitta della sua leadership, del suo progetto, della sua linea politica. Per di più il segretario del Pd ha commesso l’errore suicida di lasciare l’intera prateria dell’opposizione radicale a Di Pietro e all’Italia dei Valori, che cavalca incendiando e distruggendo l’immagine responsabile della sinistra riformista, eccitando una chiamata alle armi e all’arma proibita: la vecchia ascia di guerra dell’antiberlusconismo viscerale, dell’odio razziale e razzista verso il centro destra, della furia antidemocratica in nome della democrazia. Ciò spinge fisicamente Veltroni, che non sembra avere quella schiena drittissima che qualcuno gli attribuiva, a farsi tentare anche lui dall’arma proibita, sicché tentenna e già minaccia di abbandonare la linea seria del confronto e del dialogo, per riprendere almeno come trucco teatrale quella della devastazione. Nessuno è in grado di capire quanto Veltroni si senta costretto a questo tentennamento e quanto lo sostenga davvero, spinto dalla disperazione.

Se potessimo permetterci un consiglio da onesti avversari lo vorremmo sconsigliare: la linea della sinistra riformista è una linea forte che non paga immediatamente, ma è l’unica che permette di ricostruire sulle macerie una sinistra futura moderna e fatta di valori occidentali, che sono esattamente quelli sui quali la destra liberale raccoglie oggi il suo forte consenso. Veltroni dovrebbe poi anche capire – ma siamo sicuri che lo abbia fatto anche se non può dirlo – che la catastrofe attuale della sinistra non dipende dalla scelta di una linea responsabile e dialogante, ma dal miserabile fallimento del governo Prodi che ha spazzato via l’immagine della sinistra, ha inflitto al Paese danni e dolori che sono destinati a durare per anni, ha massacrato la credibilità stessa della sinistra. Se vuole prendersela con qualcuno, Veltroni se la prenda soltanto con Prodi e con quanti nel suo partito, a cominciare da D’Alema, furono sono e restano prodiani e suoi nemici giurati. Se Veltroni è forte, come ci auguriamo, troverà la forza per reagire alla sconfitta incolpando coloro che ne hanno davvero la colpa, e cioè il prodismo odioso, punitivo, cattivo, pessimo nell’amministrare e ancora peggiore nell’apparire. E se saprà mantenere la barra della sua barca pensiamo che verrà premiato.

Se, viceversa, cercherà di tenere insieme tutto e il contrario di tutto, la memoria del prima e le speranze del dopo, un colpo al cerchio e uno alla botte, un po’ di retorica e un po’ di doppiopesismo, il buonismo delle chiacchiere e la paralisi dell’azione, non andrà lontano e rischierà di portare alla rovina non soltanto il suo partito, ma la speranza di una forte e solida crescita democratica e liberale del Paese, perché in quel caso sarò costretto, condannato come l’apprendista stregone, a ballare avvinghiato alla stessa scopa di Di Pietro, accendendo nella notte i falò dei roghi e della caccia alle streghe berlusconiane.

Noi lo invitiamo a riflettere su un fatto. L’Italia fino a pochi anni fa aveva una forte sinistra, ma non aveva una destra di governo. Ci lamentavamo tutti che l’Italia fosse orba di un partito democratico e liberal conservatore come esiste in ogni democrazia moderna. Il processo iniziato nel 1994 proprio da Silvio Berlusconi ha avuto come effetto finale il risanamento di questa mancanza: oggi l’Italia ha una forte destra di governo di sicura e solidissima credibilità democratica. Ma – ecco la tragedia storica – mentre si compiva questo miracolo l’Italia ha perso la sinistra democratica, perché la vecchia sinistra post comunista non ha saputo rinunciare alla sua doppiezza, alla sua nostalgia, alla sua identità, abbandonandosi a riti cannibaleschi contro l’Italia liberale. Veltroni questo lo ha capito quando ha detto che non era più disposto a cavalcare l’antiberlusconismo che è redditizio a breve termine ma che non porta da nessuna parte, per dedicarsi alla ricostruzione della sua parte politica mentre avrebbe dato il suo contributo forte ed essenziale alle grandi forme di cui ha bisogno il Paese. Questo era non dico il patto, ma l’obiettivo, il miraggio, il sogno.

Ovviamente i sogni non si realizzano con la bacchetta magica ma con attributi di solida portata e con la capacità di non cedere a tentazioni tribali. Che la sinistra intanto perda elezioni su elezioni dimostra che il lavoro da fare è enorme, non che l’avversario va demonizzato, perché se il Partito democratico tentasse la scorciatoia del ritorno alla demonizzazione, si troverebbe in un vicolo cieco senza alcuno sbocco. Forse farebbe contenti quelli di Micromega, i satiri e gli agitati, ma la democrazia italiana ne soffrirebbe in maniera gravissima e più che altro Veltroni perderebbe il treno, ora o mai più, di rifondare una sinistra occidentale, laburista, socialdemocratica, democratica alla maniera americana che tanto gli piace. Il momento è delicatissimo, ce ne rendiamo conto, ma è il momento in cui tenere la schiena diritta può pagare: è un investimento sul futuro della democrazia italiana. Ogni altra via furbesca e demagogica farebbe malissimo all’Italia, farebbe malissimo alla sinistra, e farebbe un male incalcolabile alla democrazia.
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