Ma a Strasburgo l’ex Sciuscià ha perso la voce

In 18 mesi soltanto due interrogazioni. In compenso era affiancato da tre assistenti personali

Paolo Bracalini

«Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono un giornalista al quale è stato impedito di continuare a fare il suo lavoro». Così esordiva il neo eletto Michele Santoro al Parlamento europeo, nel suo primo, brevissimo intervento da eurodeputato, giusto per spiegare chi fosse ai colleghi dell'assise che ne ignoravano la parabola dai microfoni della Rai a quelli del servizio interpreti dell'europarlamento. Sono passati 18 mesi da quando l'ex Sciuscià si è trasferito in Europa. Si era presentato alle elezioni del giugno 2004 con un programma preciso: «Amo l'Europa, perché è una nuova frontiera. L'Europa dei popoli e dei diritti, l'Europa contro la guerra. La mia nuova strada porta in Europa». Ma nel tragitto deve aver perso l'orientamento. Perché in più di un anno tra Strasburgo e Bruxelles l'onorevole Santoro ha prodotto ben poco. Soltanto due interventi in aula, nessuna interrogazione orale, nessuna relazione al Parlamento, solo due interrogazioni scritte e una proposta di risoluzione. Basta. Poca cosa per la bellezza di 144 mila euro di stipendio più rimborsi extralusso, e ben tre assistenti personali (il record tra gli italiani).
Si direbbe che la politica europea, fatta di «technicalities» e questioni astratte, proprio non riesca ad appassionarlo. Difficile pensare l’ex leader carismatico del movimento studentesco a Salerno negli anni '70, poi funzionario del Pci in rotta con la dirigenza perché «litigava con tutti», così distaccato da non intervenire mai, così imperturbabile da non firmare appelli e interrogazioni.
Non è dei più assenteisti, diciamo che è nella media. Si è presentato in aula il 65 per cento delle volte, non troppo spesso, ma c'è di peggio. Le rare volte in cui interviene l'euroMichele si occupa sempre del suo Paese, a volte anche della sua Salerno. Oppure di se stesso. Da poco arrivato a Strasburgo, fine luglio 2004, Santoro firma insieme a Giulietto Chiesa, Lilli Gruber e Vittorio Agnoletto una proposta di risoluzione alla Commissione europea. L'argomento? La libertà di informazione e il pluralismo televisivo in Italia.
Le faccende europee lo infervorano solo quando trova un appiglio per parlare dell'Italia. O meglio ancora: del governo italiano. Così a ottobre firma una delle due sole interrogazioni scritte di tutta la sua carriera finora, dopo la chiusura in Gran Bretagna del sito no global Indymedia. Anche dietro la decisione inglese ci vede lo zampino della Casa della Libertà: «Indymedia costituisce un network di informazione indipendente - scrive Santoro nel documento Ue -. È stato disposto dall'Fbi in Gran Bretagna il sequestro dei server che ospitano molti siti internazionali, su richiesta - pare - dei governi svizzero e italiano, a seguito fra l'altro di un'interpellanza di un deputato di Alleanza nazionale. Non ritiene la Commissione che tale atto rappresenti un attacco al diritto alla libera espressione del pensiero e all'informazione libera?».
Sempre a ottobre, davanti al presidente della Commissione Ue Barroso chiamato dal Pe a rispondere dello scandalo Buttiglione, l'eurodeputato Santoro coglie la palla al balzo per il suo primo intervento in aula e attacca: «Lei sta subendo un diktat dal governo italiano che le impedisce di trovare una soluzione politica ragionevole e dignitosa. Sulla sua Commissione grava l'ombra di numerosi conflitti d'interesse». Un chiodo fisso.
Nell'altra interrogazione scritta, Santoro arriva ad occuparsi della sua terra natìa, parlando con accenti da assessore comunale più che da parlamentare europeo, sullo stoccaggio dei rifiuti a Salerno. «Premesso che il commissario straordinario ai rifiuti della Campania, il Prefetto Catenacci, ha proposto, come luogo da destinare allo stoccaggio, il sito di Serralonga-Basso dell'Olmo, nel comune di Campagna (Salerno) potrebbe la Commissione far sapere se...».
Poi basta. Non ci sono altre tracce del passaggio di Michele (per gli amici) a Strasburgo. Chi lo conosce raccontava da tempo che Michele ne avesse abbastanza dell'Europa, delle sedute plenarie, dell'inglese zoppicante, del tempo grigio e della politica senza telecamere. La sua «nuova strada» non porta più là, ma diritto in un palinsesto tv.