A Strasburgo valzer di poltrone

Bruxelles: si cambia. A metà del mandato tanto per Barroso quanto per il Parlamento europeo, la fine dell’anno comporta modifiche sostanziali negli equilibri che fin qui avevano guidato le istituzioni comunitarie. Intanto col 1° gennaio l’Ue diviene a 27 con l’ingresso di Bulgaria e Romania e la guida del semestre passa da Helsinki a Berlino: sarà la Merkel a governare fino al prossimo giugno l’Unione, e molti si aspettano che finalmente si passi ad una fase di rilancio dopo il lungo stop imposto dal no franco-olandese alla Costituzione. Solo tre giorni più tardi - il 4 gennaio - avremo due nuovi commissari, quelli di Sofia e Bucarest, cui andranno competenze che saranno tolte ad altri che fin qui le avevano amministrate (ed uno degli indiziati a perdere potere è purtroppo Franco Frattini cui potrebbe essere levato il mandato per l’immigrazione cui si era applicato con buon successo), senza contare che il rimpasto della Commissione potrebbe anche essere più ampio, visto che la svedese Wallstroem potrebbe a sua volta uscire di scena.
Ma anche nel Parlamento è alle viste una piccola rivoluzione non senza conseguenze. Intanto alla presidenza dell’aula, come ci si era accordati a inizio legislatura, al posto del socialista spagnolo Borrell, dovrebbe andare il popolare tedesco Hans Gert Poettering, fin qui presidente degli eurodeputati del Ppe. Esiste la possibilità che i liberali (Alde) tentino di contrastarne la corsa con una loro candidatura - si parla di un esponente polacco -, ma l’intesa raggiunta tra Ppe e Pse dovrebbe reggere. E a quel punto diverrebbe obbligatorio per i popolari europei indicare un nuovo capogruppo. Visto che Poettering, dopo un lungo mandato nella carica, dovrebbe comunque lasciare il posto.
E qui le cose si complicano. Ai francesi di Sarkozy il posto faceva gola, anche per aiutare il ministro degli Interni francese nella corsa all’Eliseo. Ma i tedeschi, a madame Francoise Grossetete, giurista lionese legata al leader dell’Ump, preferirebbero invece Joseph Daul, strasburghese (e dunque bilingue) presidente della commissione Agricoltura e già capo dell’associazione allevatori di bovini transalpina. I due già sono ai ferri corti per l’incarico. Ed ecco allora farsi sotto gli spagnoli: c’è Jaime Mayor Oreja, agronomo basco che pare farsi avanti, ma anche lui ha in casa un concorrente agguerrito: il giurista madrileno Ignacio Salafranca. Senza contare che la Svezia preme per l’ex-leader dei moderati di Stoccolma, l'economista Gunnar Hokmark e gli austriaci vorrebbero il posto per il viennese Othmar Karas.
In una ridda di candidature che cozzano l'una contro l'altra, forse alla fine potrebbe emergere una ipotesi di mediazione che coinvolge l'Italia, che l'ultimo capogruppo lo ebbe nei lontani anni ’80 (il dc Paolo Barbi che guidò il Ppe dall’82 all’84). Antonio Tajani, vice-presidente del gruppo, siede nel seggio di parlamentare fin dal ’94 ed è apprezzato da molti come dimostra il fatto che l'ultimo congresso dei Popolari si è svolto a Roma nella scorsa primavera. Ha legami solidi coi tedeschi e coi francesi, ma anche con i Popolari dell’ex-Est europeo. Paradossalmente, a guidare il gioco alla fine saranno i conservatori inglesi che votano per il presidente del gruppo ma non possono avere un candidato, visto che sono associati ma non membri di diritto del Ppe. Saranno insomma gli uomini di Cameron, che dopo i tedeschi hanno la rappresentanza più forte nel gruppo, a poter dettare le linea. E proprio per questo, stanti i buoni rapporti tra inglesi e italiani, le quote di Tajani sono considerate in crescita.