Lo stratega al servizio di due padroni

RomaSe avesse tempo, capacità e voglia - ha dichiarato il Gran narciso - si metterebbe a scrivere «il manifesto della sinistra riformista del terzo millennio». Non avendone, sul blog ha annunciato al mondo di avere «un dito del piede ammaccato che mi fa un male del diavolo se lo stresso», di dedicarsi «con una certa efficienza alla spesa quotidiana e ai lavoretti in casa» e offerto brevi recensioni per ognuno dei libri portati in vacanza. Cinque righe per il Grisham «un po’ loffio», due per il Tramonto dell’Occidente. Testuale: «Opera discussa e complessa, culturalmente multiforme, che tiene insieme storia, filosofia, antropologia, arti, religioni». Il tempo è tiranno.
Tutto qui. Qui sta il segreto di Claudio Velardi, uno che pensando in grande e agendo nel piccolo è diventato un mito inarrivabile per cronisti (e qualche tronista) di Transatlantico, portavoce politici, faccendieri che navigano nel sottobosco. Ambirebbero avere la sua fantasia, la sua destrezza, le sue capacità. Il suo portafogli. «Non esageriamo», minimizza da New York mentre la sua gioiosa macchina da guerra elettorale, affidata al fidatissimo socio Micucci, segue le campagne della Polverini nel Lazio e quella di De Luca in Campania, più una serie di candidati minori. Rigorosamente trasversali, come la figura di «spin doctor» professionale (da lui praticamente introdotta in Italia) impone. Mettendo assieme i due fattori, il prodotto è malizioso: «Uno, bino e quattrino», sparlano di lui. «Con i soldi si campa meglio - la sua replica -, perché negarlo? Se ho vissuto la prima parte della vita con uno stipendio da metalmeccanico (è stato funzionario del Pci, ndr), almeno nella seconda mi sono dedicato a produrre plusvalore economico. Perciò voglio e vorrò sempre bene agli operai».
Inarrivabile Velardi lo è anche (forse soprattutto) per questo suo prendere la vita con leggerezza e filosofia minima, espresse da massime sul filo del paradosso, che gettano nemici ed ex colleghi invidiosi in preda a sentimenti poco o punto commendevoli. Ha inventato Il Riformista, vendendolo a peso d’oro agli Angelucci. Quando lavorava alle strategie di marketing per l’Unità diretta da D’Alema, riuscì a saltar giù un minuto prima della chiusura ricevendo una liquidazione milionaria («la metà circa dei 300 milioni pattuiti per contratto», precisa lui). Episodio che viene ricordato dai compagni con un groppo che non ha molto a che fare con la commozione: «Scoprimmo che non era poi tanto nostro compagno». Con la vecchia conoscenza Marco De Marco, ex Unità oggi in forza al Corriere del Mezzogiorno, se la vedrà presto in tribunale. Da assessore alla Cultura in Campania, secondo il quotidiano, avrebbe consentito il versamento di 100mila euro a una società del suo gruppo (Reti srl) per un’iniziativa culturale. La replica è stata veemente: «Io sono mosso, in ogni mia azione, da principi morali non negoziabili; anche per questo mi ripugna l’indifferentismo morale dei comunisti alla De Marco. Ma ho nel contempo una visione laica della società in cui viviamo, per cui è giusto che i soldi siano una - sia pur parziale - misura delle cose. Lo porterò in tribunale... non sarò risarcito sul piano morale, ma realizzerò un po’ di soldi».
Napoletano di Salvator Rosa (inteso come via che porta alla collina del Vomero), la sua scalata è cominciata al liceo Genovesi di piazza del Gesù, noto negli anni a cavallo dei Settanta per essere «covo dei rossi». Lui, «quattordicenne brufoloso» con vaghe simpatie «fasciste e golliste», capì con la consueta sveltezza qual era l’unico modo per rimorchiare le ragazze. «Mi detti malato per una quindicina di giorni, e quando tornai ero comunista. Che capivo di politica? In testa avevo solo quella cosa lì, come tutti». Claudio «è un falso magro», avrebbe detto Totò, cioè in realtà per nulla «bino». Guaglione assai «scetato», come si dice nel Golfo, e sempre uguale a se stesso. Oggi teorizza di ragionare «con la visione che ha la gente della strada, e alla gente normale non gliene fotte di destra o sinistra, specie sul territorio. Esistono solo amministratori più o meno capaci. E abbiamo bisogno come il pane di leader, leader sul territorio che sappiano dare qualcosa di più alla gente comune, sufficientemente nuovi, trasversali e poco rigidi. Come la Polverini e De Luca». Un’altra volta l’aveva espresso con sublime malizia: «Quelli di sinistra sono faziosi perché leggono solo libri di sinistra, quelli di destra sono più equilibrati perché non leggono e basta».