La strategia di Bossi: sì al Pd, in nome del federalismo

RomaSi avvicinano le urne e - come da copione - la politica si incarta in strane e complesse alchimie. Al punto che alla proposta lanciata da Franceschini di una una tantum per i redditi più alti rispondono a parti invertite sia da destra che da sinistra. Con il segretario del Prc Paolo Ferrero che invece di applaudire soddisfatto parla di «elemosina di Stato», perché sulla buona notizia di nuove e possibili convergenze a sinistra vince il timore che il Pd inizi a parlare anche all’elettorato più radicale limitando i margini di manovra di Rifondazione. E con Umberto Bossi, dall’altra parte della barricata, che apre a Dario Franceschini perché «in un momento di crisi è bene chi ha di più contribuisca». Ultimo atto, quello del Senatùr, di una fase di interdizione rispetto al Pdl che si è aperta qualche settimana fa e che corre su due corsie parallele: il voto sul federalismo fiscale alla Camera e la tornata elettorale di giugno.
Sul primo fronte, la Lega ha il problema di tenere in piedi quel delicato accordo grazie al quale Veltroni aveva vinto le resistenze dei dalemiani e convinto il Pd ad astenersi al Senato. Roberto Calderoli, infatti, spera che Franceschini segua la linea del suo predecessore e che il Pd replichi anche alla Camera (il voto dovrebbe arrivare entro fine mese). Per il Carroccio sarebbe un bel colpo poter dire che la riforma è passata senza il «no» dell’opposizione. E dunque è nelle cose che Bossi apra a Franceschini, al punto da appoggiare l’idea dell’una tantum. Che poi non dovrebbe troppo dispiacere a quella parte di elettorato che in questi ultimi dieci anni la Lega ha portato via proprio alla sinistra (alle ultime elezioni, per dirne una, il Carroccio ha triplicato i suoi voti a Sesto San Giovanni, ex Stalingrado d’Italia).
E qui entra in gioco il secondo fronte, quello delle elezioni di giugno. Con la Lega che da una parte punta sulla sua identità («non vorrei che facessimo le case per darle agli extracomunitari», mette le mani avanti Bossi) e dall’altra alza la posta in vista delle trattative sulle candidature. Sulla provincia di Brescia, infatti, resta lo stallo. Il Pdl vorrebbe candidare Romele (appoggiato anche dalla Gelmini), mentre il Carroccio insiste per un suo candidato che potrebbe essere Caparini. Sul punto, assicura chi lo conosce, Giorgetti non ha intenzione di mollare. Una querelle, questa, che potrebbe riaprire a cascata la partita anche in altre province lombarde su cui già c’era l’intesa. E che si interseca con il rinnovo dei vertici della Fiera di Milano, in scadenza a breve. Altro nodo resta Torino, con Cota deciso ad andare avanti sulla Maccanti mentre il Pdl vorrebbe candidare la Porchietto.
È per tutte queste ragioni che ieri Bossi ne ha inanellata una dietro l’altra. «Viviamo giorno per giorno, è una cosa molto lontana», si schermisce quando gli chiedono di Berlusconi al Quirinale. «Vediamo bene cosa ha in mente il premier», risponde sulla riforma dei regolamenti parlamentari. «Ancora non abbiamo visto il testo», mette le mani avanti sul piano-casa. La proposta Franceschini, invece, quella sì che «può andare».