La strategia di Casini, democristiano vero pronto alla leadership

Gianni Baget Bozzo

Pier Ferdinando Casini è sceso in campo e vi è sceso dopo una lunga attesa e una grande vittoria. La lunga attesa va dal ’96 al 2004, quando il leader dell’Udc gioca la parte dell’alleato fedele di Berlusconi. Il duetto Casini-Mastella agita per qualche anno le acque, ma, quando cade il governo Prodi, i due fondatori dell’Udc si separano e Mastella vota il governo D’Alema. In compenso alla fedeltà allora dimostrata, Casini ottiene per i Ccd, come si chiama allora il suo partito, un numero di seggi di gran lunga superiore al numero dei voti su cui Pier Ferdinando può contare. Berlusconi è generoso e ritiene che gli alleati siano anche dei fedeli. Ma le alleanze in politica sono sempre fedeli solo parzialmente.
Casini guarda alla diversità dell’Udc, ma per tre anni i voti postdemocristiani fluiscono tranquilli nell’appoggio al governo e si confondono con quelli di Forza Italia. Casini registra le costanti perdite di consenso della Casa delle libertà nei voti amministrativi ed anche in quelli europei e gioca la carta Follini, cioè fa sentire, insieme a Fini, che gli alleati sono diversi dal leader e vogliono pesare in quanto diversi. Ma il peso delle ostilità contro Berlusconi le porta tutte Marco Follini. Pier Ferdinando troneggia dalla scanno di Montecitorio e può dire parole che sono di centro per funzione istituzionale. E divenire l’immagine dell’equilibrio vivente. Ha saputo dosare con sapienza il silenzio e l’immagine.
Poi viene la sua ora, quando le regionali mostrano che Forza Italia è crollata nei voti più che nei sondaggi, che Berlusconi non è più il traino dell’alleanza, lui solo per tutti. Pier Ferdinando ha giocato alla grande questa occasione, la vecchia scuola democristiana ha generato un politico di classe, che sa aspettare come un temporeggiatore e colpire come un aggressore. Il disegno è ben chiaro, ora è il momento di consumare la leadership di Berlusconi e di giocare le proprie carte in proprio, far maturare nell’occasione il lungo tempo dell'attesa.
E viene la parola magica. I democristiani hanno il gusto delle parole allusive: le «convergenze parallele» di Fanfani, la «strategia dell’attenzione» di Moro. E così Pier Ferdinando inventa la sua paroletta magica: la discontinuità, ed è una parole che produce effetto, produce una crisi di governo.
Berlusconi non potrà più dire di aver governato in funzione del mandato popolare per cinque anni. No, ha governato solo quattro anni, l’ultimo anno Berlusconi governa, con il suo governo ter, non in nome del popolo, ma in nome dell’alleanza. Casini ha vinto la sua battaglia strategica, grazie a Follini. Non gli rimane ora che lo slalom finale: ottenere da Berlusconi ciò che i democristiani per principio hanno sempre desiderato e ciò è il ritorno alla proporzionale, il loro sistema elettorale che essi stessi avevano insipientemente guidato. Ora può fare l’ultimo passo: cancellare la richiesta delle primarie nella Casa delle libertà, rimuovere Follini dalla segreteria e porsi come candidato alla presidenza del Consiglio. Indubbiamente Casini ha compiuto un capolavoro politico ed ora si trova di fronte al problema di condurre la campagna elettorale. E di fronte non a un partito, come nei tempi della Dc, ma di fronte a un popolo. Dovrà demarcarsi a un tempo da Berlusconi e dalla sinistra, ma le due cose, che prima erano così facili, ora divengono più difficili. Perché il centro, come categoria politica è finito con la fine della Dc. E la sinistra pratica una guerra totale contro Berlusconi innanzi a cui non è possibile essere neutrali. Anche perché la sinistra non può considerare i suoi alleati che come complici. Casini comincia la sua campagna elettorale e dovrà dire se il suo centro guarda ancora a sinistra, come quello democristiano, o se alla fine, l'Udc dice cose di destra e si oppone alla grande coalizione, alla «invincibile armata» della sinistra con il coraggio di chi sa di combattere per la libertà. Come Berlusconi.
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