LA STRATEGIA DEL COLLASSO

Per ora il nemico che ha dichiarato e che continua la sua guerra contro l’Occidente democratico sta vincendo a mani basse mentre noi in Italia non sappiamo ancora decidere se la guerra debba essere fronteggiata dalle Procure o da chi serve lo Stato per proteggerlo con le armi, a cominciare dall’intelligence. Il presidente Berlusconi ha fatto benissimo a definire la strage degli innocenti di Sharm el Sheikh una gravissima minaccia alla pace. La gravissima minaccia alla pace è per l’appunto la guerra, sotto forma di massacri infernali. Ed è a questa sfida che bisogna saper rispondere, cosa difficilissima, delicatissima e che richiede nervi saldi e la capacità di non cedere alle emozioni. Intanto il nemico ha spiegato sia la sua strategia che la sua tattica. La strategia è quella di causare il collasso della nostra civiltà, provocandola senza sosta.
La tattica è quella solita del mordi e fuggi, sapendo di poter contare su tutto il garantismo che costituisce l’anima e la spina dorsale della civiltà che vogliono distruggere. Sicché si ripete per noi il vecchio quesito se sia giusto o no restringere i margini delle garanzie, specialmente sugli stranieri ipoteticamente sospettabili, oppure se si debba sopportare il peso di questo massacro sanguinoso senza dichiarare, in un modo o nell’altro, lo stato di guerra. È ovvio che finché si parlerà di procuratori e superprocure vorrà dire che la scelta resta quella (sbagliata) di considerare la guerra un insieme di isolati episodi di terrorismo. E l’aria che tira, purtroppo, suggerisce che anche sul terreno di questa scelta il nemico che ci ha dichiarato guerra abbia segnato già un altro punto: il nostro Paese, più degli altri, è spaccato e il fronte di chi in modo più o meno aperto solidarizza con il nemico si fa sentire con tutta la sua capacità di manovra. Il tifo per il nemico viene come al solito mascherato con la riprovazione dell’intervento in Irak, come se l’intervento in Irak fosse la causa e non l’effetto della guerra ed è evidente che questo fronte contenga al proprio interno molti magistrati, come è umano. A questo punto però le parole diventano fatti e occorre che ogni forza politica affronti la realtà e si sottoponga alla prova della verità: quale migliore occasione per il progetto di partito unico dei riformatori e dei liberali per trovare e mostrare una linea di condotta comune, forte, chiara, credibile e proporzionata alla gravità del momento? Il banco di prova è alto, ma è in situazioni gravi come questa che si dimostra la portata ideale e quella pratica di un progetto politico. Questo è il momento in cui vince il consenso popolare chi è capace di parlare chiaro, lasciando perdere la retorica e dichiarando quali sono le intenzioni e gli strumenti per dar loro corpo. Tony Blair ha detto al suo popolo: «Loro perderanno, noi vinceremo». Questo è un manifesto di intenzioni necessario e sufficiente per dire da che parte si sta e con quale fine. Gli strumenti per realizzare l’intenzione (vincere gli aggressori con tutte le armi, militari e culturali) derivano di conseguenza come esito del carattere e delle capacità. La sfida implicita in questi passaggi richiede idee chiare e uomini giusti ai posti giusti, a cominciare dal fronte della comunicazione che è il territorio delle emozioni condivise, e non dell’informazione che è tutt’altra faccenda. Un territorio, questo, saldamente nelle mani di chi non è affatto convinto di dover affrontare lo stato di guerra subito non per nostra scelta e colpa. Questo ci sembra il più importante test che oggi riformisti e conservatori di entrambi i poli debbano affrontare e su questa sfida si giocherà il consenso degli italiani per molti anni e anche l'esito delle future elezioni.
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