La strategia dei Ds e quei Brutti sospetti

In un primo momento, qualcuno l’ha presa con una certa dose di buon umore. Leggere sul Corriere che al Comitato parlamentare dei servizi di sicurezza riunito in seduta segreta,il senatore Ds Massimo Brutti, ex-magistrato, ha tirato fuori la faccenda degli spioni, naturalmente deviati (e forse introdottisi a Palazzo Chigi con barba e occhiali scuri per non destare sospetti) che forniscono a Berlusconi gli argomenti coi quali attaccare i Ds non poteva che muovere al riso. Anche se era il giorno del messaggio di morte di Bin Laden e uno poteva pensare, facendo due più due fa quattro, in che mani siamo.
E però poi la lettura del discorso pronunciato in seduta segreta e pubblicato dal Corriere (non certo per via spionistica) non appariva affatto divertente, aveva l’aria di una operazione dal carattere preventivo e minaccioso invero assai sgradevole. Massimo Brutti, che senza portare l’ombra di una prova, di un indizio, si scagliava in tono minaccioso contro ipotetici «servitori infedeli dello Stato» che si presterebbero - o potrebbero farlo domani, non è chiaro - a fornire argomenti ai nemici del suo partito non era affatto divertente.
La prosa di Brutti è di questo tenore: «Noi consideriamo prova di infedeltà alla Costituzione ogni comportamento di pubblici ufficiali o peggio di settori degli apparati che contribuisca alle calunnie direttamente provenienti dal vertice dell’esecutivo e che assecondino in qualche modo la campagna elettorale». Non è cosa da poco. Che un senatore, ripetiamo, senza portare uno straccio di indizio, arrivi a criminalizzare quel che si dirà domani contro il suo partito, e ciò mentre sono tuttora in corso inchieste della magistratura, e in un regime di libertà nel quale la stampa pubblica come ha fatto fin qui quello che viene in suo possesso, è cosa che desta inquietudine. C’è, per l’appunto, la puzza della manovra preventiva: qualsiasi cosa si dirà di noi, avrà carattere criminale, addirittura contro lo Stato e la Costituzione. E c’è qualcosa di più perché l’attacco alla Costituzione e allo Stato identificati nel proprio partito è cosa da non lasciare tranquilli.
Il senatore Brutti, rivolgendosi direttamente al prefetto Del Mese, presente alla riunione come capo del Cesis, chiamato a coordinare i servizi civili e militari, così lo apostrofava: «Chiedo che lei prenda atto delle mie parole, e ne tenga conto. Come riterrà opportuno, nell’esercizio delle sue funzioni che sono necessariamente di coordinamento dell’intelligence e di vigilanza». Insomma, il prefetto Del Mese viene ritenuto personalmente responsabile di qualsiasi cosa uscirà nei confronti del suo partito, dei Ds.
E qui siamo veramente alla diffusione di un clima di avvertimenti. Da domani, potrà farsi il vuoto attorno al presidente del Consiglio visto che ogni «servitore dello Stato» o peggio membro di servizi può essere sospettato di «operare contro la Costituzione e lo Stato».
Preoccupa, poi, la concezione del Partito (sarà il caso di scriverlo con la maiuscola) perché non è più uno dei tanti, che ancora alberga nella testa e nell’animo dei nostri post-comunisti. Così parlava Starace quando il Duce esortava a «ripulire gli angolini». Ma quella era una dittatura, la nostra non lo è. Speriamo nel meglio, che si possa tornare e riderci su.
a.gismondi@tin.it