La strategia è indurre il premier a scelte radicali: sbagliato rinunciare al decreto

RomaIl Pdl cerca di rendere Monti il più indigesto possibile a Bersani. Soprattutto sulla riforma del lavoro, bestia nera di Pd e sindacati. A fronte dell’esigenza di chiudere in fretta una riforma strutturale, il premier ha bisogno di aiuto. E il Pdl è intenzionato a darglielo, graffiando la sinistra. Ricorda a Monti di aver sbagliato a non scegliere il decreto per non dispiacere ai sindacati ma avverte, con Cicchitto: «Qualche risultato è stato ottenuto al Senato e qualche altro contiamo di raggiungerlo alla Camera dove è appena iniziato il lavoro in Commissione». Insomma, conviene fare in modo che sia Monti a fare il lavoro sporco e antipopolare, così come fatto sulle pensioni. Il Pdl è l’unica riforma che ha realmente apprezzato - tolto il pasticcio degli esodati - e ora auspica che il premier torni ad agire come ha agito agli esordi del suo mandato. Sul lavoro ieri era tutto uno schiumare rabbia perché, agli occhi dei pidiellini, Monti è stato don Abbondio. «Adesso piange e chiede il nostro appoggio solerte - dice un deputato - ma perché non ha avuto il fegato di agire per decreto, restando impantanato nei diktat delle Camusso?».
Eccola la tattica pidiellina: spingere Monti a esser più radicale nelle sue scelte, non guardando in faccia ai mal di pancia del Pd. Così, a fronte di una richiesta del presidente della Camera Fini a trovare presto un accordo e licenziare le nuove norme sul lavoro, il Pdl risponde picche: «Alla Camera valuteremo, senza diktat», avverte Gasparri. Lavoro e spesa pubblica: ecco quello che interessa al Pdl. Anche sulla spending review i berluscones infatti pressano: avanti con i tagli al pubblico impiego senza troppe timidezze nei confronti dei sindacati e di Bersani. Il pidiellino Roberto Rosso mette il dito nella piaga: «Bisogna fare un taglio serio: sfoltire il sovrannumero degli impiegati della pubblica amministrazione non del 5 ma dal 20 per cento in su. Il toro va preso per le corna».
Ormai la strategia è quasi obbligata. Molto difficile se non impraticabile affossare il governo, ad Alfano non resta che trascinarlo il più possibile dalla propria parte. «Le condizioni internazionali non consentono lo stacco della spina - è il ragionamento di via dell’Umiltà - se proprio l’avviso di sfratto deve essere recapitato ai tecnici, sia il Pd a consegnarlo al Professore, non noi». Pagandone le conseguenze politiche. Il Pd potrebbe farlo, se spinto dal desiderio di andare alle urne prima che l’emorragia provocata dalla sinistra radicale e dai grillini rendano del tutto anemico il partito di Bersani. Ma che sia il Pdl ad accelerare la crisi di governo oggi, resta l’opzione minoritaria.
Le elezioni anticipate infatti non garantirebbero la vittoria neppure se si andasse al voto con questa legge elettorale e se - ipotesi del tutto accademica - si riuscisse a stringere delle alleanze con le altre forze moderate. Casini continua ad avanzare pregiudiziali legate a Berlusconi; e pure Montezemolo resta scettico al «matrimonio con questo Pdl». Il presidente della Ferrari pone troppe condizioni, tra cui quella di un totale ricambio della classe dirigente del partito che è più facile a dirsi che a farsi. Se, quindi, il partito di Alfano non fa un «giro in lavatrice», Montezemolo correrà da solo, a prescindere dalla legge elettorale. In ogni caso continua il dibattito interno, con l’ex sottosegretario Santanchè che lancia una proposta a Berlusconi, Alfano e ai coordinatori: «Il 50% delle liste elettorali del Pdl sia riservato a persone della società civile». Insomma, meglio agire di pungolo, piuttosto che strappare. A questo proposito, già si preannuncia un’intesa Pdl-Pd per dare un mandato forte al premier in vista del Consiglio europeo del 28/29 giugno. La «strana» maggioranza agirà a tenaglia sul Professore e, attraverso una o più mozioni parlamentari durissime, gli imporrà di alzare la voce nei confronti della riottosa Merkel.