Le strategie dei «neocentristi»

Gianni Baget Bozzo

Berlusconi è di nuovo il candidato della Casa della libertà, ma Fini e Casini hanno avallato la proclamazione della candidatura solo al prezzo del rinvio del partito unitario. Il bipolarismo italiano ha funzionato potenziando l'identità dei partiti in proporzione della loro piccolezza e della loro marginalità, impedendo così quella maggioranza di governo che il sistema bipolare avrebbe dovuto introdurre. Così ogni partito, nelle due coalizioni, si preoccupa non tanto della forza dell'insieme quanto dell'identità del proprio gruppo e del suo incremento in voti e in seggi. Ciò è avvenuto all'interno di ambedue gli schieramenti: e non a caso in ambedue il punto di maggiore resistenza alla logica di schieramento è venuto dai postdemocristiani, che occupavano, ai tempi del proporzionale, la posizione di centro del sistema politico e che ancora oggi la mantengono separati creando tra di loro una convergenza strategica e tattica. Non è stato così possibile a Prodi costruire la lista unica dell'Ulivo nel proporzionale, nonostante avesse già raggiunto una qualche forma di unità organizzativa dei partiti attorno all'idea di un partito riformista. Contro l'idea di riformismo, la Margherita ha costruito la propria identità e lo fa in funzione di ottenere consenso. Egualmente l'Udc ha accentuato in tutte le elezioni seguenti al 2001 una linea intesa ad affermare la propria differenza democristiana all'interno della Casa della libertà. Questa tattica democristiana ha come fine ultimo di ristabilire il proporzionale e di sostituire il maggioritario ma questo non è un compito per questa legislatura. E così per ambedue i partiti democristiani è un compito per la prossima. Per queste ragioni essi si oppongono nei due schieramenti al partito unico e pensano di mantenere ferma la loro particolarità. In questo modo i partiti postdemocristiani (Udc, Margherita, Udeur) guardano in qualche modo alla loro possibilità di composizione strategica mediante convergenze tattiche.
Si possono comprendere così le difficoltà di Pierferdinando Casini come candidato per la Casa delle libertà e quindi le resistenze di Follini al partito unico. Casini dovrebbe assumere il ruolo di alternativa alla sinistra ma con quale linguaggio egli può esprimerlo? Non può usare in alcun modo un linguaggio che metta in luce la presenza dell'estrema sinistra e la forte eredità postcomunista nell'alleanza di centrosinistra. Non può cioè evidenziare che la sinistra si fonda sull'alleanza tra riformisti radicali: e non solo nel rapporto tra Ds da un lato e i Comunisti italiani, Rifondazione e Verdi dall'altro, ma nella stessa forma di unità che Fassino ha imposto al correntone.
Non a caso Prodi ha scelto di non avere nemici a sinistra ed è andato persino all'assemblea dell'Altra Sinistra che si teneva sorprendentemente nella sale di conferenze della Pontificia Università dell'Angelicum, certo non a onore e gloria a san Tommaso d'Aquino.
Ogni volta che si è espresso, Casini ha inteso censurare la polemica politica contro l'egemonia postcomunista nell'alleanza, intendendo quel linguaggio come una forma di delegittimazione incompatibile con la democrazia. Inoltre non può cogliere quel vento di critica alla Democrazia Cristiana e al regime dei partiti in proporzionale che nacque all'interno della Dc ma da essa sfuggì fino a distruggerla e che ha avuto nel Nord Italia il suo punto di non ritorno. L'incremento della nostalgia democristiana avviene nel Sud, che beneficiò dell'assistenzialismo di Stato, produttore del clientelismo diffuso. La clientela e la sua memoria sono la base del trasformismo democristiano nel Mezzogiorno, ma il bolognese Casini non è qui di casa. Il voto meridionale va ai meridionali: De Mita, Marini, Mastella. Casini non prenderebbe voti al Nord, dove li potrebbe prendere Formigoni. La divisione dell'Italia in grandi aree: Nord, Centro, Sud e isole è divenuta politicamente molto più rilevante che in passato.
Il bipolarismo ha creato dei problemi ma è anche divenuto la struttura della politica italiana e questo ha un singolare effetto: escludere il partito di centro, la Democrazia Cristiana o la riunione della sue sparse membra, dal ritorno all'identità politica. Non a caso il forte voto democristiano meridionale deve parlare attraverso la voce laica di Francesco Rutelli e governare mediante quella postcomunista di Antonio Bassolino. La politica dei postdemocristiani è realistica come ogni politica di restaurazione e per la medesima ragione non può non essere velleitaria. Il candidato di centrodestra non può essere che Berlusconi. Con candidati Casini e Veltroni sarebbe un'altra storia, sarebbe la versione centrista del bipolarismo. Ma questa soluzione, come dice Casini, tutti la vogliono ma nessuno la sposa.
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