Stravolta «Fedra»: più che una regina è una strega nordica

Delude al Teatro Olimpico di Vicenza la messinscena del capolavoro di Racine, scelta da Walter Pagliaro con un’indemoniata Micaela Esdra

Enrico Groppali

da Vicenza

A Jean Racine nella storia del teatro compete, accanto a Shakespeare e a Calderòn, la dignità di Immortale. Anche se, a differenza dell’autore di Amleto e del cantore della Vita è sogno, la sua opera vede di rado da noi le luci della ribalta. Per colpa (o per merito?) della mirabile scansione del verso e della perfetta orchestrazione della rima, capita infatti che persino nell’italiano letterario, così vicino all’aulico francese del Nostro, la sapienza compositiva del suo lessico venga tradita persino nella più accurata delle traduzioni. Che spesso ricordano non le squisite volute del poeta di corte ma il facile rimario di Tofano quando ci narrava,sul Corriere dei piccoli, sventure e avventure del signor Bonaventura. Si pone quindi, ogni volta che lo si affronti,il problema di essergli infedelmente fedeli per non franare involontariamente nel ridicolo. Uno scoglio che, in quella Fedra che ha ispirato uno stuolo di poeti contemporanei, di rado è stato evitato provocando, persino quando se ne occupò Ronconi, notevoli scompensi nella recitazione degli interpreti.
Per quanto riguarda lo spettacolo andato in scena all’Olimpico sembrava invece che tutto a priori fosse stato risolto dal momento che si era optato per l’antica suggestione di una firma come quella di Ungaretti. Tuttavia a volte capita che, chiusa la porta, certi problemi scappino dalla finestra quando si debbano dirigere gli attori ai quali non basta ordinar di torcere la parola piegandola e strapazzandola come ahimè abbiamo visto fare al cast di Pagliaro. Dove si agisce e verbalmente ci si tortura su una pedana rilucente di specchi che, dal centro, si protende in platea disegnando una croce spezzata. Quasi a sottolineare (ma è arduo che il pubblico se ne accorga) la similitudine tra la corte di Teseo da cui l’amore è bandito e il convento di Port Royal dove la predestinazione e la grazia erano contestate secondo i precetti di Giansenio prima che, dieci anni prima della stesura di Fedra, il centro focale della disputa venisse annientato per ordine del re.
In base a questa disamina, acuta ma del tutto marginale rispetto alla messinscena, il regista moltiplica nello spettacolo i segni di minaccia. Tramutando l’Aricia di Roberta Caronia in una monaca supplice e persino la Fedra di Micaela Esdra in una monaca indemoniata sepolta sotto la cupa corona di una parrucca vagamente epocale che, più che a una regina travolta dai sensi, la assimila alla strega di una saga nordica. Ma quando vedremo, finalmente sciolta dagli orpelli dell’intellettualismo, una Fedra che si rispetti?
FEDRA - di Racine. Associazione Gianni Santuccio. Regia di Walter Pagliaro, con Micaela Esdra. Vicenza, Teatro Olimpico, poi in tournée