"Strega", bipolarismo avvelenato

I due partiti Mondadori-Einaudi e Rizzoli-Bompiani affilano già le armi
(fra sospetti e polemiche) per lo scontro nell’anno di Premiopoli. Ecco
la mappa degli schieramenti pro Del Giudice e Scurati

«Se non si rompe qualcosa non è una festa» dicono a Cleveland quando a metà party cade a terra la bowl da cui tutti hanno attinto drink superalcolici. «Se non c’è una polemica non è un premio letterario» diciamo noi nell’Italia dei poeti, ma oggi siamo già estaticamente oltre: il premio, qualunque sia, è diventato il cameriere della polemica, la miscela ben bene e la porta al tavolo, on the rocks, fresca e pronta da bere quando la gola del gossip editoriale è secca. Spesso si finisce in una sbronza triste, come ci ricorda il «Grinzane Cavour».
A ogni modo la bowl di oggi, già in frantumi sul pavimento degli uffici stampa e delle redazioni culturali, è (era) piena di «Strega», improbabile liquore ma «miglior formula» di Premiopoli Italia. L’ha detto anche Gian Arturo Ferrari, contento che lo «Strega» 2008 abbia fatto ubriacare la Mondadori portando La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano da 150mila a 500mila copie vendute dopo la vittoria. Possiamo raccontarla così: ancora prima della presentazione ufficiale di tutti i candidati, il 13 maggio a Benevento, si sa già che il party finale di premiazione - il 2 luglio al Ninfeo di Villa Giulia di Roma - sarà probabilmente dedicato a uno di questi due: Il ragazzo che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati (Bompiani) o Orizzonte mobile di Daniele del Giudice (Einaudi).
Certi di ciò, alcuni editori hanno deciso di non partecipare nemmeno: «Non presenteremo nessun candidato», ha detto Luigi Spagnol, «non faremo da contorno alle vittorie degli altri». Quali altri? Li possiamo dividere in due schieramenti: Mondadori-Einaudi e Rizzoli-Bompiani. Il bipolarismo è la prima vittoria dello «Strega» 2009. «È un premio taroccato» ha commentato Elido Fazi. «Mica vero, non c’è nessun vincitore designato» ha replicato Tullio De Mauro, presidente della Fondazione Bellonci che controlla il premio, proponendo però contestualmente un sistema di votazione che eviti pressioni sui giurati da parte delle case editrici. «Ma se è un premio sotto sequestro» commenta Ermanno Rea, seguito da Erri De Luca: «Le polemiche mi riconfermano che è stata una buona idea non partecipare, come d’altronde faccio da vent’anni per tutti i premi».
Sta di fatto che, con diligenza, molti critici e addetti ai lavori, nonché i mass media, si sono già distribuiti tra le due fazioni ufficiosamente in campo, con effetti a volte perversi: Del Giudice, per via del suo coté radical chic, piace all’editoria «di sinistra» pur essendo «mondadoriano» (leggi «di Berlusconi», perché ormai va così), mentre Scurati (del sinistrorso gruppo Rizzoli) attira anche il favore di Giannino Piana, professore di etica a Urbino, su Famiglia Cristiana. I paradossi dello «Strega» non risparmiano nemmeno Scurati stesso: dopo aver dichiarato due settimane fa al Giornale di aver smesso la frequentazione dei talk show, l’abbiamo trovato a Parla con me, dove Serena Dandini e un intimidito Dario Vergassola l’hanno amabilmente accarezzato a parole, lui truce. E da Corrado Augias.
Claudio Magris, sulle pagine del Corriere, ha salutato il «notevolissimo» Orizzonte mobile con pagine scenografiche. Ma lo stesso libro, secondo Franco Cordelli, «Del Giudice non l’ha nemmeno scritto tutto lui». Pure Alberto Asor Rosa sulla Repubblica si è lasciato trascinare entusiasta nelle Terre Estreme - Patagonia e Antartide - del libro Einaudi. Allo stesso modo Alessandro Piperno ha salutato su Vanity Fair il ritorno dell’«apprendista pinguino» Del Giudice, mentre più cauto, comunque positivo, anche Angelo Guglielmi su l’Unità: «Tentato continuamente di abbandonare il romanzo, sono arrivato senza accorgermene alla fine».
Scurati raccoglie invece i favori di Walter Siti su La stampa: «Più che autofiction, in questo libro l’autore offre il proprio io, come in un rito vudù, perché venga trafitto dagli spilli del presente». Favorevole anche Giulio Ferroni, che ci dice: «Scurati affonda narrativamente il dito in una piaga del nostro tempo, ci racconta l’ossessione del male, l’impero dei modelli televisivi, il dramma della scuola, ha una sua specificità. Del Giudice invece è disarmante: un non-libro di riporto, che mi ha lasciato di stucco». Anche Massimo Onofri ci riconferma quest’ultimo giudizio: «Del Giudice è l’archetipo platonico di se stesso, nasce prima come idea di letteratura che come letteratura, è un libro di materiali assemblati. Di Scurati non so nulla, ma lo leggerò con la stessa franchezza».