Strega, il regime si traveste da letteratura

Ruggero Guarini

La comicità dell’evento è stata superiore a qualsiasi aspettativa. Mi riferisco alla farsa del Premio Strega assegnato alla nostra Costituzione, svoltasi l’altro giorno in Campidoglio, dove il premio è stato consegnato nelle mani di Oscar Luigi Scalfaro. Tra coloro che hanno potuto godersi l’intero spettacolo è esplosa tuttavia una controversia riguardante il preciso momento in cui, nel corso della cerimonia, sarebbe stato sfondato il muro invisibile del ridicolo.
Sull’appetitoso argomento esistono due scuole di pensiero. Secondo la prima scuola lo sfondamento del suono sarebbe avvenuto nel preciso istante in cui le mani di Oscar Luigi Scalfaro hanno afferrato il premio. Secondo l’altra scuola sarebbe invece avvenuto quando nel corso della cerimonia, giunto il momento dell’annunciata lettura, a fini di edificazione politica e religiosa, di alcuni passi dell’opera premiata, ne è stato letto con voce solenne e commossa il celebre incipit, cioè l’articolo che definisce la nostra Repubblica «fondata sul lavoro». Ambedue le scuole ritengono comunque che di fronte all’intera cerimonia occorreva avere un cuore di pietra per non crepare dal ridere.
Risate a parte, l’evento potrebbe passare alla storia come il vero atto fondativo dello specialissimo regime che sta avvolgendo le nostre esistenze. È un regime che ama molto, com’è noto, presentarsi soprattutto in panni culturali, e all’occorrenza squisitamente letterari. La farsa dello Strega alla Costituzione è in effetti solo il più abbagliante degli innumerevoli indizi di un fenomeno che ha trovato da un bel pezzo l’espressione forse più gustosa nel numero ormai strabocchevole di libri di regime che sempre più spesso vengono accolti come chicche letterarie nelle più ambìte collane delle nostre grandi case editrici. Un giorno sì e l’altro pure le nostre più vivaci librerie fanno a gara nell’esporre pile, torri, grattacieli di romanzini, memoriette, trattatelli, panflettucci e talora anche versetti di più o meno illustri orfanelli del comunismo d’antan. Nemmeno durante il ventennio fascista s’era mai vista una fioritura così generosa di gerarchi e gerarchetti in marcia verso il traguardo della pubblicazione e contestualmente del premio delle proprie deiezioni letterarie. Anzi nelle maggiori collane letterarie di quegli anni si cercherebbe invano un solo scritto di regime. Insomma a quell’epoca la camerata Rossanda non sarebbe mai stata accolta nella Medusa mondadoriana. Si sarebbe dovuta accontentare di un piccolo editore di partito.
La farsa del premio Strega alla Costituzione è stata dunque soltanto il coronamento ufficiale di un’egemonia culturale basata sullo sfoggio ininterrotto di un potere vagamente abusivo e intimidatorio. Giacché la Cultura di cui questi papaveri appassiti e malvissuti si ostinano a far pompa da un pezzo non sa produrre altro che boriosi salmi in gloria di una sinistra che dopo essere riuscita per circa cinquant’anni a non compiere nessuna scelta che non fosse un abbaglio o un’infamia ha appena appiccicato alla lunga storia dei suoi errori la codina di questo suo ultimo ridicolo governo. E che per sopravvivere a se stessa è a quanto sembra disposta persino a riconoscersi nel magistero politico, intellettuale e morale di un uomo che sarà probabilmente ricordato come il peggior presidente che abbia avuto finora la nostra Repubblica.
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