Da Strehler a Ronconi il grande teatro è passato dal Piccolo

Fu fondato il 14 maggio ’47, poi la contestazione e la rinascita

da Milano

Ma davvero il Piccolo ha solo sessant'anni? Possibile non ne abbia molti di più? Come un castello fatato che trascorre eternamente giovane da un secolo all'altro, noi da tempo non ci preoccupiamo della sua età né delle sue rughe (se mai ci sono state) dato che il superbo edificio, dilatatosi negli ultimi tempi ad altre due unità, continua ad essere il faro della cultura teatrale italiana. E non solo per gli spettacoli direttamente prodotti dal suo infaticabile direttore Sergio Escobar e dal suo regista Luca Ronconi, ma attraverso gli allestimenti venuti da mezza Europa che continuano ad affluire in via Rovello dove c'è il Grassi e da lì si ramificano fino allo Strehler e al Teatro Studio. Con una sbalorditiva ricchezza di proposte che quest'anno, tanto per non far nomi, vanno da una bellissima scelta di messinscene shakespeariane all'attesissimo Faust di Nekrosius che vedremo il 16 maggio.
Certo è passata un bel po' d'acqua sotto i ponti da quando, il 14 maggio del '47, in una Milano ancora piagata dalla guerra l'oriundo lombardo Paolo Grassi e il triestino di Barcola Giorgio Strehler con l'ausilio di una dama evergreen come Nina Vinchi rilevarono la piccola sala cinematografica di via Rovello le cui pareti erano ancora insozzate del sangue delle vittime della Gestapo. L'inaugurazione fu oltremodo polemica sia per il testo prescelto (L'albergo dei poveri di Gorkij che Strehler poi riprenderà negli anni sessanta) che per l'eccezionale schieramento di attori chiamati per i ruoli principali tra i quali lo stesso regista si ritagliò un ruolo di fianco per poterli dirigere dal palcoscenico durante la rappresentazione.
Seguirono «anni di galera» simili, per quanto riguarda la mole degli allestimenti e la creatività del loro animatore, alla scrittura irrefrenabile del primo Goldoni. Anche perché, al di là dell'eccezionale contributo della coppia Brignone-Santuccio, non era facile esportare quei giovani allestimenti oltre le sacre mura di Milano. E ci volle l'esplosione di Brecht, con la prima edizione dell'Opera da tre soldi con Tino Carraro e via via da un'edizione all'altra con Carotenuto e Buazzelli, prima che la fama di quei ragazzacci socialisti definitivamente decollasse anche nella Città Eterna. Poi, a renderli celebri ma anche invisi alla gerarchia cattolica, scoppiò il «caso Galileo» con la famosa scena dell'interminabile vestizione del Pontefice da cui trapelava l'insofferenza di un laico come Strehler di fronte al presunto immobilismo della politica vaticana. Immobilismo che, solo cinque anni dopo quel fatidico 1963, il maggior regista italiano avrebbe rimproverato all'istituzione da lui diretta vestendo i panni di un sessantottino fuori stagione quando, tra le polemiche, lasciò il Piccolo per fondare il gruppo Teatro e Azione. Fiammata di breve durata, come si sa, per via dei talenti emergenti in quegli anni nella storica sala dove, al suo posto, Gruber varò Off limits di Adamov e soprattutto l'astro nascente Chéreau fece gridare al miracolo con Joaquin Murieta e una Lulù da brivido con la Cortese e Alida Valli. Tanto bastò per far tornare il maestro il cui astro tuttavia, dopo un memorabile Re Lear e un'incantevole edizione del Giardino di Cechov, parve appannarsi limitandosi all'autocelebrazione in vita del proprio carisma che rischiò di tramutare il Piccolo nella museificazione di se stesso. Dalla quale si è affrancato, dopo la scomparsa del demiurgo, chiamando accanto al neoregista designato una serie di emergenti di grido che da allora vivacizzano il suo cartellone rivalutando l'impatto propulsivo di quello che è, per anzianità e per eccellenza, anche grazie all’intramontabile Arlecchino di Ferruccio Soleri, il primo Teatro d'Europa tra i palcoscenici italiani.