«Strette di mano agli assassini»

«Quest’uomo dovrebbe essere criticato per questo viaggio vergognoso». L’uomo è Claudio Burlando il presidente della Regione. Il viaggio vergognoso è quello appena conclusosi in Cina. La dura condanna viene da un cinese, reduce dei Laogai, i gulag che la Cina copiò dall’Unione sovietica e che in Cina sono tuttora realtà. Campi di concentramento, in una parola, dove milioni di cinesi vengono schiavizzati, manodopera a costo zero pere un business da milioni di euro.
Là dentro, fra miniere e fattorie, Harry Wu ha trascorso 19 lunghi anni, dal 1960 al 1979, perché considerato controrivoluzionario e perché cattolico. Adesso gira il mondo per far conoscere una realtà troppo spesso ignota al mondo occidentale. Nel 1992 a Washington ha fondato la Laogai research foundation. Nel 2005 ha ottenuto il premio internazionale Giuseppe Sciacca per la Cultura, nell’ambito della stessa celebrazione il primo premio assoluto andò a papa Benedetto XVI. Ieri era a Genova, ospite di Forza Nuova. A raccontare di «pestaggi e torture», delle religioni che sono «tutte illegali perché l’unica religione è il comunismo, della «persecuzione che non si arresta mai». E ad avvertire le istituzioni italiane: «Ogni volta che stringono la mano a un’autorità cinese devono sapere che milioni di persone stanno soffrendo in prigione per le loro idee politiche o religiose».
Mister Wu ieri si è detto indignato perché nessuno, dal governatore ligure al premier Romano Prodi, ha fatto appello al rispetto dei diritti umani: «Gli italiani purtroppo vanno in Cina pensando solo al business, e non si preoccupano di capire perché il costo del lavoro è così basso». Quanto alla missione istituzionale: «Sono molto triste. Quello che avviene oggi in Cina, sotto l’occhio disattento del mondo occidentale, è terribile. Invece di cercare scambi commerciali, l’Italia dovrebbe chiedere una risoluzione Onu per bloccare i manufatti che vengono dalla Cina e la cui produzione non è chiaramente documentata».
Ieri Claudio Burlando parlava della Cina come di un «grande Paese».