LE STRETTOIE

La parola-chiave è il proporzionale. La prima e al momento unica richiesta che Marco Follini indirizza alla Casa delle libertà è di impegnarsi nella riforma elettorale. Il conclave della minacciata rottura del centrodestra e dell'ultimatum sulla premiership è approdato invece ad una strategia di uscita dalla strada troppo stretta in cui l'Udc era finita. Cambiano le priorità del confronto con gli alleati e l'argomento finora centrale del conflitto, cioè «il passo indietro» di Berlusconi, resta sullo sfondo. Così come l'andar da soli alle elezioni del 2006. Il contenzioso ha ora dei confini precisi e un tema su cui è possibile aprire la discussione, come ha detto subito il presidente del Consiglio, seguito poco dopo da Gianfranco Fini, bipolarista per storia e convinzione.
La deriva verso la frantumazione dell'alleanza è stata fermata proprio nel momento in cui appariva incontenibile e su una china che, spesso in politica, ha per epilogo una conclusione illogica. Senza sbocco era la lunga polemica su una discontinuità fondata essenzialmente sulla persona di Berlusconi, per di più in assenza di una esplicita candidatura alternativa a Palazzo Chigi. Di difficile, se non impossibile, spiegazione davanti all'elettorato era la sottolineatura dell'ambizione di costruire un «grande centro» presentandosi come un piccolo «terzo polo» in un bipolarismo che è certamente logorato, ma che non ha alternative. Pesante poi era l'isolamento di una forza vezzeggiata dai media, ma in dura polemica con gli alleati di sempre e pesantemente osteggiata dalla gran parte dei suoi avversari, disposti a considerarla utile solo in funzione di interessi immediati - i voti da sottrarre alla Casa delle libertà - e poi da buttar via.
L'Udc, indicando la priorità, rientra in politica, anche se per una riforma elettorale la strada è stretta. Lo è non solo per la visione che i «centristi» hanno - va detto da sempre - del proporzionale come strumento di superamento del bipolarismo italiano o quanto meno di una sua trasformazione da gara tra centrodestra e centro-sinistra in una competizione tra centro e sinistra, nella prospettiva esplicita di un ridisegno del sistema politico. Ma questo è il meno, perché l'ultima parola sull'argomento spetta all'elettorato. La strada è stretta in primo luogo perché non sono sufficienti né un accordo nella Casa delle libertà né una semplice volontà della maggioranza. Un proporzionale capace di garantire il bipolarismo è tecnicamente possibile, è compatibile con la riforma costituzionale in discussione, esiste in altre democrazie mature e ha anche il pregio di affidare alle leadership il compito di assicurare la stabilità dei due schieramenti. Oggi in Italia, c'è comunque il problema di un dialogo da aprire con un'opposizione, convinta di aver la vittoria in tasca con questa legge elettorale. E sull'argomento, oltre che agli alleati, il conclave dei centristi - convinti da sempre della necessità di riforme bipartisan su questioni di simile portata - avrebbe potuto cominciare a rivolgere qualche parola anche ai possibili interlocutori nel centro-sinistra.
L'Udc - si diceva - rientra in politica. Si apre così uno scenario diverso da quello segnato dalle incognite di uno strappo. Con una domanda, che riguarda l'altro tavolo già aperto: la ripresa del dialogo può riguardare solo questo tema o può agevolare il lavoro di aggregazione iniziato all'indomani della sconfitta alle regionali, a cominciare dall'idea di un nuovo soggetto politico unitario? È utile tenere distinti i tavoli? Se non altro per evitare, nel caso dovesse essere vano lo sforzo sulla riforma elettorale, di vedere la Casa delle libertà nella stessa confusa discussione degli ultimi mesi sulla leadership.