Strip-tease: sotto il vestito... tutto Seduzione e potere in nome del burlesque

L’epoca della trasgressione di massa.
Escono le travolgenti memorie di Gypsy, la donna che tirò su il morale all’America della Grande depressione. Ha ispirato icone veccie e nuovoe com Bettie Page o la star Dita Von Teese

Il corpo. Per la precisione quello sinuoso e splendido della diva, la prima vera diva dello spogliarello. Ma soprattutto, le virtù impalpabili, che hanno reso quel corpo un’icona. Il cervello, lo sguardo maliardo e disincantato sul mondo. L’ironia, il gioco e un pizzico di tristezza. Sì anche quella, perché la seduzione, quella che nasce sfilandosi lentamente un guanto di seta, viene dal lato dell’anima che resta in penombra. È figlia del languido e dell’irripetibile, di una vita randagia, ma pensosa, che si trasforma in movimento, sguardi, allusioni. In vestiti che cadono frusciando, nel contrasto tra una guêpière nera, e una pelle diafana e perlacea.

Perché tutti sanno come va finire quando i vestiti ce li si è già levati, tutti hanno assaporato lo strofinio dolce della carne e il pulsare ritmico del sangue. Le grandi regine del Burlesque però non si occupano di questo, hanno trasformato in spettacolo il «prima», preso gesti meccanici trasformandoli in una rappresentazione sacra della concupiscenza. Una rappresentazione a «vuoto», dove non c’è niente di hard, c’è solo il «soft», insomma una specie di Sabato del villaggio del sesso, adatto a chi sa che la domenica, spesso, è poca cosa.

Ecco cosa si può trovare in Gypsy (Adelphi, pagg. 416, euro 14), la biografia di Gypsy Rose Lee, la prima grande star americana di quell’arte, sospesa tra lo scherzo e la seduzione, che porta il nome di burlesque e che ora sta tornando tanto di moda. E non è un caso che questo libro sia stato pubblicato da Adelphi, casa colta per eccellenza. Gypsy Rose Lee, al secolo Rose Louise Hovick, (Seattle, 9 febbraio 1914 – Los Angeles, 26 aprile 1970), è stata un ossimoro vivente. Il simbolo dell’allegria in piena Grande depressione, la regina adorata e vezzeggiata dello spogliarello degli anni ’30 e ’40, quando una corona di questo tipo poteva davvero essere scomoda, trasformarsi rapidamente in marchio d’infamia. E quindi nelle sue memorie passa l’America più intensa e rabbiosa, quella piena di champagne e gangster, di paillettes e impresari cattivi, di teatri di quart’ordine, delle svolte improvvise che ti portano a essere una star, del perbenismo bacchettone e della trasgressione di massa.

Ecco che allora il motto inventato da Gypsy «Che se ne parli bene, che se ne parli male, l’importante è che se ne parli» rappresenta bene la weltanschauung di una nazione che seppe reinventarsi, non eliminando le sue contraddizioni ma cavalcandole. Esattamente come le ha cavalcate con sagacia Rose Lee, con quel suo essere sempre e solo la fatalona della porta accanto: «La mia prima esibizione come stella del burlesque era terminata... Ero contenta e orgogliosa di avercela fatta... Non dovevo cantare né ballare ne far niente. Potevo essere una stella senza avere nessun talento, e l’avevo appena dimostrato». Anche se il talento in realtà c’era. Era quello di saper leggere nella mente del pubblico, sdoganare il suo imbarazzo. Ecco, tanto per dire: «Andai fra il pubblico con un piumino da cipria infilzato su una bacchetta... e mi guardai attorno in cerca di un calvo... Dopo che lui mi ebbe incipriato la schiena presi una ciocca dei suoi capelli accuratamente pettinati sul cranio lucente e vi legai un nastro rosso. “Adesso alzati e fa’ vedere quanto sei carino”... L’uomo non aveva nessuna voglia di alzarsi, e più io lo tiravo più si rannicchiava nella sua giacca... Piantai un bacio di rossetto sulla lucida testa pelata e corsi svelta tra le quinte, mentre le risate continuavano. Non avevo mai sentito applausi così spontanei e cordiali».

Ecco perché Gypsy con le sue Ziegfeld Follies è diventata un mito che ha ispirato le future pin-up Bettie Grable e Tempest Storm, più giovani di lei di alcuni anni, oltre che all’altra grande icona sexy Betty Page. Perché dopo di lei lo spogliarello è diventato un genere destinata a rimanere: «non tutte le donne possono spogliarsi: devono saper creare un’illusione». E per accorgersene basta leggere Storia dello strip-tease di Francesca Mazzucato (Odoya, pagg. 252, euro 16,50, prefazione di Franco Trentalance). Un arte che in fondo, alla faccia delle femministe, per cui il corpo finisce molto spesso per essere solo merce, parla di potere al femminile. Un potere lento e, in questo, postmoderno. Come scrive la Mazzucato: «Ci voglio pazienza e capacità nel gustare ogni istante senza l’urgenza che caratterizza i nostri tempi contemporanei, così frenetici e “bisognosi” di arrivare a un dunque, a quel punto che permette di “possedere”, al compimento, alla fine». Un potere che ha continuato ad essere coltivato e che ora con programmi televisivi come Lady Burlesque o gli spettacoli di Dita Von Teese torna a farsi sentire. Regala ancora spazio al vedo non vedo, all’immaginazione. E, infatti, in Storia dello strip-tease la Mazzuccato lascia molto spazio anche all’oggi, alle pin-up del ventunesimo secolo che spesso giocano le loro carte su Internet. Anche perché, e il libro lo racconta bene, ormai lo spogliarello è arrivato dove nessuno avrebbe mai pensato (da Lady Gaga a Shakira passando per Christina Aguilera non c’è cantante che nei video non ci giochi).

A loro, le nuove pin-up va l’augurio, sorridente ma bagnato di lacrime che chiude il libro di Gypsy: «Che vita meravigliosa hai avuto - la musica, le luci, gli applausi - tutto quello che una ragazza può desiderare...». Sarà poco femminista ma è un bell’augurio.