Striscione anti-Cav: dietro le quinte c’è un giornalista italiano

A qualcuno, a dire il vero, il dubbio è venuto. Perché la scenetta è ai limiti del surreale e perfino un giornalista straniero si lascia sfuggire una battuta sibillina: «Ma vuoi vedere che questo lo manda Berlusconi?». E già, perché la storia dello striscione anti-Silvio sfoderato da due studenti italiani durante il discorso di Obama sembra scritta dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi, a testimonianza postuma che in fondo il Cavaliere tutti i torti non ce li ha.
Ma andiamo con ordine. Era sabato sera quando il premier s’era fermato a scambiare due battute con i cronisti che lo seguivano nella sua passeggiata per il centro di Praga. Uno sfogo in piena regola sulla stampa italiana che «gioca sempre contro» e «sembra non avere altro obiettivo se non dire che Berlusconi ha fatto figuracce e gaffe» all’estero. Un «sistema comunista» che «in Italia vige ancora», perché «sono sempre gli stessi con le loro propaggini nelle gazzette italiane». Passano a malapena dodici ore dal j’accuse che finisce su tutte le prime pagine e qual è la scena che si presenta ai cronisti italiani che affollano la sala stampa del centro congressi di Praga dove è in corso il vertice Usa-Ue? «Piacere, sono Mattia Butta, giornalista free lance di Radio Popolare», si presenta cortesemente il collega. «E volevo raccontarvi la storia dello striscione Sorry 4 Berlusconi che abbiamo esposto» durante il discorso in piazza di Obama. «Che abbiamo?», pensa più d’uno. E sì, spiega Butta. Perché lui, giornalista free lance accreditato da Radio Popolare per seguire il summit, ha benedetto i due ragazzi e ora gli fa praticamente da ufficio stampa tra i giornalisti di quotidiani e agenzie al seguito di Berlusconi.
Racconta di essere un ricercatore italiano che insegna a Praga (di cui parla a lungo nel suo blog) e spiega che i due studenti, Gianpiero Surato e Antonio Tirri, sono due suoi allievi all’Erasmus. Il primo di Torre del Greco studia Ingegneria aerospaziale e il secondo di Avellino Ingegneria delle telecomunicazioni. I cronisti appuntano nomi e numeri di telefono e chiamano. Gianpiero può così spiegare il suo punto di vista: «Abbiamo detto la nostra. Abbiamo anche rinunciato ad andare in discoteca e siamo rimasti in camera tra pennarelli e lenzuoli per esprimere il nostro punto di vista su alcune dichiarazioni e comportamenti di Berlusconi». Legittimo, anzi forse anche encomiabile che a vent’anni e poco più si abbia tanta passione politica, in qualsiasi direzione vada.
Il punto, però, è ben altro. Perché dodici ore dopo che il Cavaliere ha accusato la stampa e puntato il dito contro le «propaggini del sistema comunista nelle gazzette italiane» ci si ritrova con un giornalista, seppure free lance, che fa da ufficio stampa anti-Cavaliere nel bel mezzo di un summit internazionale. E no, non l’ha mandato Berlusconi.
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