Lo striscione della vergogna: «Libertà per i killer del tassista»

Il quartiere, si sa, è tra i più difficili della città. Tuttavia che ieri, a poche ore dall’inizio delle commemorazioni per l’omicidio di Luca Massari - il tassista massacrato lì, in largo Caccia Dominioni, esattamente un anno fa - mani rigorosamente anonime abbiano esposto uno striscione che inneggiava alla libertà dei due imputati coinvolti nel fattaccio, probabilmente a Milano non se l’aspettava nessuno. Eppure eccolo lì: un lenzuolo attaccato a una cancellata all’angolo con via Ghini, fino a poche ore prima dall’inizio della celebrazione: «Rispetto per Luca, media bugiardi, giudici omertosi, libertà per Piero e Stefania». Come da copione, nessuna firma.
A rimuoverlo ci hanno pensato alcuni poliziotti. Resta però l’oltraggio di chi, tra i residenti del quartiere Antonini-Vigentino, crede, senza avere il coraggio di palesare la propria identità, nell’innocenza dei fratelli Stefania e Piero Citterio, che la magistratura ha rinviato a giudizio per concorso in omicidio con Michael Morris Ciavarella (già condannato a 16 di reclusione per omicidio volontario aggravato dai futili motivi).
Luca Massari venne massacrato di botte una domenica di un anno fa mentre chiedeva scusa per avere involontariamente investito il cane di uno dei suoi tre aggressori. Finito in coma e ricoverato al Fatebenefratelli, il tassista morì un mese dopo senza aver mai ripreso conoscenza. E subito dopo l’aggressione accaddero fatti che fecero capire che aria tirava nel quartiere. Delle decine di persone che avevano assistito al pestaggio, solo quattro o cinque sono i testimoni che accettarono di ricostruire i fatti davanti agli inquirenti; al figlio di una di loro per ritorsione venne bruciata l’auto, ad altri vennero rivolte minacce, di persona, per telefono, al citofono di casa. E per aver scattato alcune foto all’auto incendiata un fotografo venne a sua volta aggredito.
Ieri mattina sono stati una cinquantina i residenti, insieme a una delegazione di tassisti, a partecipare partecipato alla commemorazione celebrata da don Manuel Aranda, il sacerdote della parrocchia di Santa Maria Liberatrice. Nell’aiuola in cui era avvenuta l’aggressione è stato piantato un piccolo crocifisso in legno con il nome di Luca e una sua foto. Intorno sono stati deposti alcuni mazzi di fiori, tra cui quello dei tassisti milanesi, e accesi diversi lumini.
«Non ho visto quelle scritte, ma anche se le avessi viste non mi avrebbero fatto né caldo né freddo. È la giustizia a dover risolvere la questione, non io e nemmeno la gente per strada - ha commentato ieri Carlo Massari, zio di Luca, presente alla commemorazione, a chi gli chiedeva dello striscione -. In base alle risultanze, gli aggressori hanno le loro responsabilità, i giudici decideranno. Purtroppo la violenza impera nelle strade: Luca non aveva visto il cane, è sceso dal taxi e l’hanno pestato a sangue».
C’era anche Giuliano Pisapia. «Quando si parla di Luca, oggi a Milano, si parla di un nostro amico - ha dichiarato il sindaco - Milano non dimentica fatti simili, che non devono accadere mai più. Ci stiamo impegnando perché non ci sia un altro Luca. Lo striscione? Chi pensa che si possa ottenere l’impunità per fatti come questi, non ha capito nulla della democrazia. E se davvero è successo questo in un luogo simile significa che c’è ancora chi non ha capito e non vuole capire che sarà fatta giustizia».