Gli striscioni in piazza: "Ds=Dove siete?" I manifestanti se la prendono con Fassino

Roma - «Ds: dove siete?». Uno degli striscioni di piazza Navona gioca con l’acronimo dei Democratici di sinistra denunciando l’assenza strategica del loro politburo. Certo, Fassino e D’Alema avranno anche avuto altri impegni, ma qualche diessino la faccia ce l’ha messa. E si è beccato salve di fischi come il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Manconi : «Fischiate i compagni del mio partito che non sono qui. Porterò questi fischi alla mia segreteria». Manconi non è proprio solo soletto. Insieme a lui ci sono la responsabile Diritti civili Bartoletti e l’attore militante Massimo Ghini che dice di essere lì per «dare un’occhiata».
I socialisti e i radicali non si sono risparmiati il sarcasmo. «Non ci sono? Ma ormai non esistono più, si sono sciolti... », gigioneggia Gianni De Michelis. «Se fosse dipeso da loro, questa manifestazione avrebbe potuto anche non esserci», ha commentato il ministro per il Commercio internazionale, Emma Bonino. «Qui non ci sono ministri Ds: vergogna!», ha concluso il giornalista gaylib Alessandro Cecchi Paone.
A guardare le cose da una prospettiva rovesciata la situazione resta la medesima. Pure in piazza San Giovanni, luogo simbolo delle manifestazioni progressiste, la Quercia non s’è fatta vedere. E dire che nelle file del partito di Piero Fassino ci sono molti cattolici. Poi si può anche metterla sul piano del costituendo Partito democratico, per la nascita del quale è bene non scontentare nessuno. Ma non s’era mai visto il Botteghino defilarsi dallo scontro politico con tanta nonchalance.
Crisi d’identità? Prudenza? Opportunismo? Le ipotesi sono tante. «Compito della politica è raccogliere le domande di quelle due piazze e farle incontrare», taglia corto il segretario Piero Fassino, pure lui invaghitosi della metafora prodiana della lotta tra guelfi e ghibellini. Qui, però, non si tratta né di Dante Alighieri né di Bonifacio VIII ma di evitare l’emorragia di voti. «Non c’è nessuna spiegazione misteriosa, - argomenta Gianni Giovannetti, portavoce della segreteria - non si aderisce a una manifestazione perché è di piazza. I nostri iscritti sono liberi di andarci oppure no e lo stesso vale per il Family day. Non ci sono diktat».
Il responsabile Istituzioni del partito, Marco Filippeschi, si spinge oltre. «Siamo vicini a chi manifesta in piazza Navona ma non abbiamo bisogno di definirci per contrapposizione. Chi del forzato laicismo ha fatto una scommessa elettorale l’ha malamente perduta», afferma ricordando che mentre il referendum sulla procreazione assistita è fallito, nel ’74 la sinistra aggregando i cattolici impedì l’abrogazione del divorzio. Ma è su quel punto che Marco Pannella lo mette in scacco. «Il Pci nel 1974 cercò fino all’ultimo di evitare il referendum. Cattivo sangue non mente».
È possibile che i Ds non si siano spesi per difendere i Dico firmati dal loro ministro Barbara Pollastrini? Fassino ha affermato di «non vedere nei Dico una contraddizione tra il dare alle famiglie strumenti per vivere meglio e riconoscere i diritti dei conviventi». Lo scissionista Fabio Mussi ha ironizzato sul nuovo Pd dicendo che «è un partito a due piazze» visto come si è diviso tra i due eventi. Forse la migliore fotografia è quella di un ulivista convinto come Nicola Rossi che dal suo buen retiro pugliese sintetizza così: «Si è arrivati ai Dico per non affrontare problemi più urgenti e quando le cose si fanno in fretta si corre il rischio di trovarsi in queste situazioni».