La stroncatura è cosa buona e giusta

Se uno storico falsificasse un documento, sarebbe subito espulso dall’ordine degli storici. Se un dietologo consigliasse ai suoi pazienti alimenti dannosi per la salute, sarebbe costretto, nei casi più gravi da un giudice, a rinunciare alla professione. Se Quattroruote lodasse automobili che viaggiano piano, consumano molto e costano un occhio della testa, o ne descrivesse le caratteristiche in termini così generici e superficiali che nessuno sarebbe in grado di servirsi dell’analisi, la testata (del giornale, non del motore) ne verrebbe ben presto screditata. Se un giornalista sportivo desse del campione ad un brocco, il giorno dopo mezza Italia lo riterrebbe un incompetente.
Quando invece un critico letterario recensisce benignamente un libro scadente, o ne elogia uno proprio brutto, nessuno trova qualcosa da ridire. Chi di romanzi se ne intende se ne accorge e revoca la stima al critico che ha preso lucciole per lanterne. Gli altri, i lettori comuni, cadono nella trappola. In ciò non c’è ragione di gridare allo scandalo, a parte il fatto che i milioni di persone che leggono libri deboli, banali, stupidi è come se si iscrivessero tutti insieme ad un corso di stupidità, e il successo di questi corsi è talmente clamoroso che raccattare un membro della specie umana con il quale sia interessante scambiare quattro chiacchiere è sempre più difficile. Ve ne siete accorti anche voi? Non è privo di conseguenze, far girare i cervelli di una nazione su romanzetti dozzinali.
Bene, vi sono alcuni irriducibili che al contrario preferirebbero essere circondati da gente sveglia. La difesa della vera letteratura, dell’Arte con la A maiuscola non c’entra niente. Non si stronca per fare un regalo alle Muse. Si stronca per aumentare la probabilità di scambiare quattro chiacchiere decenti con il vicino di ombrellone. Perché la buona letteratura rende complessi, acuti, ricchi di humour. Leggeri, ironici. Anche taglienti, se è il caso. Con il che arriviamo al tema del giorno. Abbiamo letto di Roberto Cotroneo che sull’Unità, travolto dal proprio buonismo, si è pentito del suo passato di stroncatore.
Lo ha fatto a partire da un libro presentato come il ritorno in grande stile di un genere ritenuto in via di estinzione, la stroncatura. Il banco dei cattivi (Donzelli, pagg. 94, euro ), da oggi nelle librerie, raccoglie i saggi di quattro critici letterari, tutti molto noti. Giulio Ferroni seppellisce l’attività saggistica di Baricco e i suoi barbari. Massimo Onofri tratta Salvatore Niffoi come un mistificatore e Isabella Santacroce come un caso di giovanilismo estetizzante. Filippo La Porta lancia nove fulminanti obiezioni al resistibile successo del «N.G.I.», nuovo giallo italiano. Per finire Alfonso Berardinelli scrive una mesta lettera al suo ex allievo Tiziano Scarpa.
Tornando a Cotroneo, «Potremmo pentirci» è una frase che compare in Aspettando Godot di Beckett, il che la dice lunga sull’assurdità metafisica di qualsiasi pentimento. Ma il bello è che dovendo agganciare il suddetto pentimento a delle tesi, Cotroneo abbia inanellato alcune affermazioni strampalate. Ha detto che «stroncare non fa bene a chi stronca» e questa è un’affermazione fuori luogo, perché di certo non si stronca badando al tornaconto. Ha detto anche che «non fa bene a chi è stroncato», e questo è ancora meno pertinente perché il recensore è al servizio del lettore, non dello scrittore. Senza contare che sotto sotto la stroncatura fa bene, non male, anche allo scrittore, se non è marcio fin nel midollo, perché lo invita a non prostituire la propria dignità letteraria per un pugno di dollari.
Cotroneo aggiunge che la stroncatura piace ai frustrati, a quelli che vorrebbero pubblicare ma non possono, a coloro che ritengono che il mondo delle lettere sia «un mondo chiuso, sostanzialmente mafioso» e qui proprio si resta a bocca aperta, perché il mondo delle lettere è così. Peccato che la stroncatura tenti appunto di rompere l’omertà di editori e scrittori, molti dei quali si farebbero torturare prima di ammettere quanto poco valga la loro merce. Ma la tesi più indisponente, un’autentica calunnia e per giunta interessata, è che la stroncatura non delegittimi solo l’autore stroncato, «ma la cultura nella sua totalità». Insomma, per chiamare le cose con il loro nome, dietro ogni stroncatore si nasconderebbe un filisteo. Quindi va da sé che Cotroneo, che in quanto romanziere è solo un freddo e subdolo dispensatore di kitsch, viene stroncato solo dai filistei. Non male, come gioco di prestigio.
Ma chiediamoci che cosa succederebbe se vigesse il divieto di critica. Chi occuperebbe in un baleno il campo non più infestato dai tre o quattro stroncatori superstiti? Gli editori, gli scrittori e i recensori costretti a dirne bene. Orwell aveva immaginato qualcosa di simile, in 1984. Che sia dunque arrivato il momento di revocare qualche idée reçue? Non esistono stroncatori inveterati. Persino ai modelli di ogni stroncatura (I Plausi e botte di Boine, le Scoperte e massacri di Soffici) non manca mai un grano di garbo e di equilibrio. Si stronca per il gusto ilare e tutto umano di smascherare, di gridare che il re è nudo, di denunciare la disonestà di chi a scopo di lucro e sulla pelle dei lettori millanta crediti, vende a caro prezzo ciò che vale poco, spaccia paccottiglia per diamantoni. Si scrive una stroncatura come un cartografo, stanco di srotolare mappe in cui le nazioni hanno dimensioni fantasiose, e il Vaticano appare grande quanto la Francia, e la Francia quanto la Cina, e la Cina quanto Saturno, disegna una buona volta una mappa rispettosa delle proporzioni. Si stronca affinché nessuno osi giudicarci così miopi o rincitrulliti da non saper distinguere la falena dalla Sfinge, l’evangelico grano dalla pula.