«Strumentalizzazioni che mi lasciano stupito»

Il leader dello Sdi critica gli alleati: «In tutti i Paesi civili dopo un attentato ci si stringe, non si accusa»

da Roma

«Triste», «Stupito», «Perplesso». Enrico Boselli - leader del rinato Partito Socialista - non lesina aggettivi per spiegare che le polemiche sul ritiro, in una giornata come questa gli paiono del tutto fuori luogo: «Dobbiamo rimodulare il nostro intervento, certo. Ma ritirarci assolutamente no».
Segretario, la sinistra radicale dice: sarebbe ipocrita velare posizioni ben note.
«Proprio perché sono ben note a tutti noi, mi perdoni se lo sottolineo, credo che almeno oggi avrebbero potuto evitare questi accenni al ritiro».
Un problema di forma?
«No. In tutti i paesi civili, quando muore un soldato e tre sono feriti, ci si stringe, come vorrei fare anche io, intorno alle famiglie colpite dal lutto e dal dolore: tutto il Paese deve farlo».
Insomma, lei condanna qualunque richiesta?
«Sì, se devo dirla tutta, sono perplesso del fatto che si strumentalizzi il lutto per chiedere, proprio ora, il ritiro».
Che farebbe al loro posto?
«C’è un’emozione profonda che attraversa il paese: eviterei di cavalcare questa morte, che purtroppo non è la prima, e che forse non sarà nemmeno l’ultima. E poi c’è un altro punto decisivo...».
Quale?
«I nostri soldati non sono stati attaccati mentre erano in guerra, ma mentre svolgevano una missione di pace».
Secondo Rifondazione, Verdi e Pdci il senso di quella missione è cambiato.
«Secondo le istituzioni internazionali no: questa non è una “coalizione di volenterosi” come quella che è intervenuta in Irak ma una missione legittimata dal mandato internazionale».
Deve cambiare qualcosa?
«Lo ha spiegato bene il sottosegretario agli Esteri Intini: sarebbe utile impegnare non solo i paesi del G8, ma anche quelli confinanti. È un modello che ha funzionato. Ma ci sono almeno due motivi per dire fermamente no al ritiro».
Il primo?
«Che se noi ce ne andassimo, per così dire alla chetichella, a difendere la pace resterebbero i francesi, i tedeschi, i canadesi, gli spagnoli... Sarebbe un gesto che colpirebbe la credibilità internazionale dell’Italia».
E il secondo motivo?
«Direi che è il più importante di tutti, un domanda semplicissima».
Chi se la deve fare?
«Noi tutti. Se da domani l’esercito italiano andasse via, gli afghani sarebbero più o meno sicuri?».
La sua risposta?
«Assolutamente no. Lasceremmo il popolo afghano in balia delle guerre e del terrorismo»