Studenti, ex agenti e nonni ecco chi sorveglia le notti da paura in città

Vigilantes volontari già in azione in mezza Italia. Ma ci sono ancora polemiche. Variati: <a href="/a.pic1?ID=329497"></a><strong><a href="/art.pic1?ID=329497">&quot;Io, sindaco Pd, dico sì ai vigilantes&quot;
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Ronde. Nel decreto legge che il governo si appresta a varare sulla sicurezza, che conterrà misure anti-stupro, non ci sarà spazio per loro; slittata l’idea di inserire norme per regolarizzare i pattugliamenti spontanei dei cittadini. Troppe le perplessità, anche nelle file della stessa maggioranza. Questo non cambierà la realtà dei fatti. Del resto, sono anni e anni che nei palazzi delle ronde si parla. Ed è da ancor più anni che di notte, per le strade, le ronde si fanno. Semplicemente. Dalle periferie delle metropoli (Milano, Torino, Roma) ai paesini appenninici. Dalle calli di Venezia alle terre di nessuno dell’hinterland napoletano. Da Nord a Sud, moltissimi i casi in cui gruppi di cittadini hanno deciso di riunirsi e di controllare le loro strade, le loro piazze, i loro parchi. Qualche volta si è trattato di episodi isolati, legati all’onda emotiva di un grave fatto di sangue. In altri casi il fenomeno ha resistito al passare del tempo, da pattugliamento di una notte è diventato presidio permanente, con tanto di turni, organigrammi e pettorine catarifrangenti. Sono nate spontaneamente, andranno avanti spontaneamente.

Del silenzio normativo se ne faranno una ragione. Come sono venute a capo, ignorandole, delle polemiche che le hanno da sempre inseguite. Ancora oggi. «Un contributo dei privati, nei termini consentiti dalla legge, può solo essere positivo». Così ieri il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano. «A condizione che i cittadini girino non armati e con l’autorizzazione del prefetto». I «rondisti» ringraziano il riconoscimento di utilità potenziale (nonostante di malfattori ne abbiano fatti beccare ormai molti, l’ultimo pochi giorni fa a Lodi), e rimarcano come in anni e anni, nonostante i continui allarmi lanciati in tal senso, notizie di armi all’interno delle ronde non ne sono pervenute. A meno che non si considerino armi cellulari e torce elettriche. «La proposta di introdurre la figura delle ronde è frutto di incitazione razzista perché grazie a loro il Paese si imbarbarirà». Questa la visione di Massimo D’Alema; che forse ignora come alle ronde spesso abbiano preso parte pure cittadini stranieri, anche loro determinati a difendere la sicurezza delle loro case.

Come a Firenze (comune di sinistra), dove extracomunitari senegalesi pattugliavano le vie del centro contro lo smercio di beni contraffatti. Ma l’accusa di razzismo è da sempre una delle più gettonate da chi si scaglia contro le ronde, dipingendo i «rondisti» come pseudo teste rasate con anfibi e catene. Pensionati, studenti universitari, ex poliziotti, professionisti e operai. Sono loro a comporre le pattuglie cittadine. E, incredibilmente, non votano tutti per la Lega Nord. Nonostante l’equazione rondista uguale leghista sia forse il più forte dei luoghi comuni sull’argomento. Alla Lega va certamente riconosciuto di essere stata la prima forza politica ad avere promosso, difeso e organizzato il fenomeno (soprattutto nel Veneto), ma le ronde nascono ben prima delle camicie verdi. La prima ronda vera e propria risale al maggio del 1991, quando trenta commercianti di Palazzolo Acredide, nel Siracusano, decisero di pattugliare nelle ore notturne il centro commerciale della città contro gli attentati dinamitardi a scopo di estorsione. Nessuno polemizzò.