Studenti, pazzi e commercianti Botte solo per il centrodestra

Nell’Anno Domini MMX, il Colosseo della politica è tornato al panem et circenses. La cittadinanza ha bisogno di sfogare i propri istinti, la crisi spaventa più di Attila alle porte dell’impero. Il popolo chiede sangue e nervi, muscoli e violenza. Così le fiere affilano gli artigli davanti alle vittime sacrificali: i politici di centrodestra. Tutti in fila, condotti nell’arena per essere fatti a pezzi. Capezzone, la Santanchè e De Corato seguono il loro Cavaliere. Aggrediti e pestati mentre i patrizi democratici fanno pollice verso dagli spalti. Già, perché in barba alle allarmate denunce di un imminente trionfo del Lato Oscuro della politica, a dire la verità il centrodestra assomiglia a una serie di punching ball a disposizione di chiunque voglia mollare qualche cazzotto anti-stress, dallo squilibrato al professionista. Altro che gerarchi e Gestapo e chi più ne ha, più straparla come Di Pietro: da Berlusconi in giù, gli uomini di «regime» finiscono tutti con un occhio nero.
L’ultimo a cadere in questa vera e propria damnatio ad bestias è stato il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato. Se ne stava al bar a prendere il tè, mica in corteo, quand’ecco spuntare un ambulante senza fissa dimora, che dandogli del «mafioso» lo gonfia come una zampogna a furia di schiaffi per colpa di una multa. Round e incontro a favore dei pesi massimi dell’antiberlusconismo.
A finire ko, in precedenza, era stato il portavoce Pdl Daniele Capezzone, centrato da un paio di destri ben assestati tra volto e petto in via dell’Umiltà a Roma. Plebe in delirio per il misterioso «uomo in giacca grigia», farneticanti dichiarazioni dei soliti tribuni della plebe gonfi d’odio e al massimo qualche pilatesca lavata di mani da parte del Pd. Ma dato che abyssus abyssum invocat, neppure le donne sono state risparmiate. Era la fine del Ramadan 2009 quando Daniela Santanchè, in piazza a Milano per manifestare contro le umiliazioni subite dalle donne islamiche, venne spinta a terra e colpita da un musulmano armato di braccio ingessato. Perché in Italia gli aggressori scarseggiavano, avevamo davvero bisogno di qualche acquisto extracomunitario.
Assolutamente made in Italy, invece, la lanciatrice di fumogeni che a settembre scambiò il segretario Cisl Raffaele Bonanni per la mela di Guglielmo Tell. Tiro da cecchino, sindacalista colpito e come premio neppure un giorno di carcere per Rubina Affronte. Lei, celebrata come Poppea, è studentessa modello, figlia di un principe del Foro fiorentino. Anzi, a dirla tutta è figlia di un pubblico ministero, anche se somiglia più a un pericolo pubblico. Nessuno, comunque, è ancora riuscito ad eguagliare il gladiatore di Arcore, finito per ben due volte al tappeto ma ancora imbattuto. Prima ci aveva provato Roberto Dal Bosco da Mantova, operaio edile esperto nella poco nobile arte del menar fendenti coi cavalletti da fotografo. Botta da orbi, un giorno di galera, una letterina di scuse e siamo a posto: vai e non farlo più. Poi, ed è cosa recente, ecco il leone Tartaglia, una furia incapace di intendere e volere ma abilissima nello scagliare proiettili a forma di Duomo sugli zigomi del premier.
Insomma, il cosiddetto «sigillo di aggredibilità» è sempre più visibile sul petto di chiunque non sfoderi il gladio contro il governo. Il tutto in un clima di giubilo e laissez-faire, laissez-passer. Prego, si picchi pure, tutti in coda per assestare botte come gli Amici miei al treno: ben venga la studentessa da centro sociale, si faccia avanti lo psicolabile, non si tiri indietro il precario. Il muratore che si vuol far bello con le ragazze, il commerciante esasperato, il feroce muezzin, ognuno con la sua frustrazione, ognuno diverso, ognuno in fondo perso dietro ai berlusconiani suoi.