Studenti in piazza: "Ahmadinejad è come Pinochet"

La minaccia americana sembra acqua passata, ma ora il presidente
Mahmoud Ahmadinejad - o meglio Ahmadi-Pinochet come iniziano a
chiamarlo i suoi studenti - deve fare i conti con la nuova imprevista
rivolta delle università

La minaccia americana sembra acqua passata, ma ora il presidente Mahmoud Ahmadinejad - o meglio Ahmadi-Pinochet come iniziano a chiamarlo i suoi studenti - deve fare i conti con la nuova imprevista rivolta delle università. Cova da settimane, esplode in tutta la sua rabbia ieri a mezzogiorno quando un migliaio di giovani si raccoglie davanti all’ateneo di Teheran. Gli slogan parlano chiaro, gli studenti pretendono la liberazione di tre compagni arrestati lo scorso maggio, esigono il ritorno all’insegnamento di numerosi professori allontanati dalle loro cattedre per aver espresso idee liberali.
La rabbia aumenta ancora di più davanti a un cancello inaspettatamente chiuso. «Ahmadi-Pinochet l’Iran non diventerà un nuovo Cile», urlano i megafoni. Una catena umana preme sulla cancellata che trema, sussulta, si piega. La torma di quasi mille studenti invade le strade dell’ateneo, dispiega striscioni con le immagini dei compagni arrestati, urla gli slogan della nuova protesta. «Vivere liberi o morire», recita il più acclamato. Tutt’attorno si bruciano copie di Khayan, il quotidiano espressione degli ambienti più integralisti del regime. Dietro agli studenti s’infiltrano altri giovani e un bel po’ di passanti.
Alle due del pomeriggio i portavoce del Consolidamento dell’Unità, l’organizzazione riformista che organizza la dimostrazione, annunciano la presenza di oltre mille e cinquecento persone. «Vogliamo la fine delle politiche oppressive, più diritti per tutti gli iraniani e la libertà per i nostri compagni in carcere», dichiara Mehdi Arabshahi, uno dei leader del Consolidamento dell’Unità. La manifestazione è la più affollata dell’ultimo anno, ma la polizia si tiene alla larga. L’assalto ai cancelli dell’università arriva dopo la protesta inscenata la scorsa settimana per chiedere la liberazione dei tre leader universitari incarcerati da maggio. Lo scorso ottobre i tre sono stati condannati a pesanti pene detentive con l’accusa di aver stampato immagini anti-islamiche sui giornali universitari. I gruppi riformisti hanno definito una farsa il processo e hanno lanciato una campagna per l’immediata scarcerazione.
Ora però il movimento studentesco s’attende un altro, pesante giro di vite. La manifestazione della scorsa settimana è già stata seguita da una dozzina di arresti compiuti tra venerdì e sabato su richiesta del ministero dell’“intelligence”. L’assalto ai cancelli dell’università e il clamore suscitato dalla nuova discesa in piazza rischiano di innescare una repressione di portata ancora maggiore.