«Gli studenti, specie perversa perché ci mettono in pentola»

Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho.
Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È lì che per la prima volta ho visto un essere umano. Si trattava di uno di quegli studenti che vivono a pensione presso un professore - mi hanno poi detto - e che fra tutti gli uomini sono la specie più perversa. Si racconta che costoro ogni tanto acchiappino uno di noi, lo mettano in pentola e se lo mangino. Però in quel momento, non sapendolo, non ebbi paura. Provai soltanto un senso di vertigine quando lo studente mi mise sul palmo della mano e di colpo mi sollevò per aria. Appena ritrovai una certa stabilità, lo guardai in faccia, era il primo individuo appartenente alla specie umana che vedevo in vita mia. Che creatura curiosa pensai, e quest’impressione di stranezza la conservo tuttora. Tanto per cominciare il viso, invece di essere coperto di peli, era liscio come una teiera. In nessuno degli innumerevoli gatti che ho conosciuto in seguito ho mai riscontrato una tale deformità. Come se non bastasse, nel bel mezzo della faccia aveva una protuberanza esagerata. Con due buchi dai quali ogni tanto uscivano sbuffi di fumo. Mi sentii soffocare, stavo per svenire. Solo di recente ho saputo che era tabacco, una cosa che agli uomini piace fumare.
Me ne stavo comodamente seduto nel palmo della mano di questo studente, quando a un certo punto cominciai a spostarmi a una velocità incredibile. Non capivo se a muovermi fossi io, o lui, fatto sta che mi girava la testa. Mi venne la nausea. Già pensavo che fosse giunta la mia ora, quando sentii un botto tremendo e vidi una miriade di stelle. I miei ricordi arrivano fin lì, oltre quel momento, per quanto mi sforzi a rammentare, è il nulla.
Quando tornai in me, lo studente era scomparso. Dei miei numerosi fratelli, non ne vedevo nemmeno uno. Anche della mia preziosa madre non c'era più traccia. Inoltre, cosa nuova per me che ero sempre stato al buio, c’era una luce accecante. Al punto che non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Dicendomi che tutto sembrava orribilmente strano, piano piano provai a strisciare in avanti, ma sentii un dolore terribile. Dalla paglia dove avevo vissuto fino ad allora, all’improvviso ero stato preso e gettato in un boschetto di bambù.