Gli studi sulle gravidanze partoriscono polemiche

Divergenze sui numeri. Ma un dato è certo: con le nuove norme sulla fecondazione le nascite sono calate

Gabriele Villa

Il titolo dell’abstract, come comunemente viene definito il sommario di una pubblicazione scientifica, è di quelli che dev’essere riletto un paio di volte per accertarsi di averlo letto bene: impiantando solo tre embrioni si è registrato un numero di gravidanze che vanno a buon fine, uguale o addirittura superiore, a quello che si può ottenere con una quantità maggiore di “trasferimenti”. Potrebbe suonare come una provocazione, l’ennesimo sasso scagliato nelle stagno bollente delle polemiche tra i supporter del sì, del no e dell’astensione, che stanno combattendo la “battaglia della rivoluzione genetica” e invece, dati alla mano è il bilancio di un’indagine scientifica. Condotta da un gruppo di ricercatori, a nome e per conto della Società italiana della Riproduzione in sette centri (Bari, Bologna, Genova, Milano, Roma e due a Palermo) del Paese che potessero vantare un’esperienza di almeno cinque anni di tecniche di fecondazione in vitro, e assemblata analizzando i risultati conseguiti delle coppie che a quei centri si sono rivolte. Ma con un distinguo, una linea di demarcazione ben precisa, ai fini dell’incisività della ricerca stessa: da un lato i risultati ottenuti dalle coppie che si erano presentate ai centri dal marzo al luglio del 2004, dall’altro quelli riscontrati, invece, esattamente nello stesso periodo l’anno precedente, cioè prima che entrasse in vigore la “famigerata” legge 40 che, imponendo tra l’altro l’utilizzo di non più di tre embrioni freschi nelle tecniche di fecondazione assistita, continua a essere additata come l’unica, grande colpevole di molti insuccessi.
Risultato? Nonostante il divieto di impiantare più di tre embrioni - si legge nello studio pubblicato sul sito internet di Human reproduction - l’indagine dei ricercatori italiani non ha individuato alcuna differenza nel numero di gravidanze ottenuto prima e dopo la legge. In compenso si è riscontrato un aumento della percentuale di fertilizzazione attribuibile, secondo i ricercatori, al fatto che dovendo ridurre a tre il numero di embrioni si è posta più attenzione nella selezione degli ovociti migliori. Ovvio che le reazioni alla ricerca, ieri, non si sono fatte attendere. Il dottor Francesco Fiorentino, biologo molecolare direttore del «Centro Genoma» di Roma, è stato piuttosto eloquente definendo «sospetti» i risultati dell’équipe di Human Reproduction. «Non sono dati coerenti con quelli riportati nel resto della letteratura scientifica internazionale. «Secondo questi ha ricordato Fiorentino - utilizzare tre ovociti significa ottenere tre embrioni nel 10-20 per cento dei casi, due nel 40-60 per cento, uno nel 10-30 per cento, zero embrioni nel 10-20 per cento. Alla luce di questi dati l’utilizzo di tre ovociti imposto dalla legge comporta che la resa teorica massima - sostiene il dottor Fiorentino - non può superare il 15 per cento». «E sono numeri - insiste lo studioso - confermati anche dalle conoscenze sulla fecondazione biologica nella specie umana dove ogni 100 concepiti nascono venti bambini. Un successo quindi del 20 per cento in condizioni naturali mentre il 65 per cento dei concepiti non riesce a impiantarsi a causa di anomalie cromosomiche e un 15 per cento non giunge a termine della gravidanza per un totale dell’80 per cento di insuccessi».
«Da quando la legge 40 è entrata in vigore, le nascite in provetta in Italia sono diminuite dal 10 al 22 per cento a seconda della tecnica utilizzata» ha tenuto, dal canto suo a sottolineare con enfasi, il professor Guido Ragni, direttore del Centro Sterilità della Mangiagalli di Milano. Il professor Ragni, tra i più autorevoli studiosi italiani in materia, ha definito come «parziale» e «di parte» una lettura della ricerca, secondo alcune anticipazioni di stampa dalla quale risulterebbe che non è vero che la legge 40 ha fatto diminuire in Italia le gravidanze in vitro. «Peccato - ha precisato - che da un corretto utilizzo dei dati dello studio emerga esattamente il contrario». «Da un confronto serio dei dati riguardanti le nascite in Italia prima e dopo l’entrata in vigore della legge si può invece evincere - ha sottolineato Ragni - che le gravidanze sono diminuite dal 10 al 22 per cento». Secondo Ragni si può parlare di «un 21 per cento in meno di bimbi nati», anche se questo dato statistico è pressoché impossibile da ottenere «perché, nonostante la legge lo prescriva, non esiste in Italia un Registro Nazionale per le nascite in vitro».