GLI STUDI DELLA UE

di Claudio Borghi
La Commissione Europea, dopo attente riflessioni, ha rivelato a uno sbalordito pubblico che l’Europa è entrata in «recessione tecnica» e che per l’anno prossimo probabilmente non si avrà crescita. Strano che non abbiano comunicato che lo scorso scudetto è stato vinto dall’Inter e che quest’anno probabilmente se lo giocheranno le grandi squadre con il possibile inserimento di qualche provinciale. Non passa giorno che i burocrati di Bruxelles non tirino fuori dal cilindro qualche ovvietà macroeconomica, buona al massimo per fare una bella presentazione in favore di telecamere ma con nessuna utilità pratica. Non è passato un secolo dallo scorso aprile, quando lo stesso commissario Almunia che ieri ha vaticinato la crescita zero anche per il 2009 ci informava che, secondo i loro accurati studi, ci sarebbe stata per quello stesso anno una crescita continuativa, pari all’1,8%. Analoghi casi di previsioni che, alla prova dei fatti, non hanno mai previsto nulla ci vengono ammanniti dai singoli stati, dal Fondo monetario internazionale, dalla Bce, dalla Banca mondiale dall’Ocse e da infiniti altri organismi e società di ricerca economica.
In certi casi questi numeri inventati finiscono col rovistare nei nostri portafogli: basti ricordare le imprese di Padoa-Schioppa che in piena ripresa economica prevedeva un rapporto deficit/pil per il 2006 «oltre il 4,6%» e ad una situazione «peggio del ’92» apparecchiandoci quindi una finanziaria da vampiri per poi «accorgersi» che il deficit, senza le una tantum inventate, era solo del 2,4%. E non fu un episodio: quello stesso governo, non più tardi di un anno fa, con il mondo ormai in piena crisi, metteva previsioni assurde di crescita nella Finanziaria 2008 per giustificare gli ultimi sperperi elettorali, quali i dieci miliardi per mandare qualcuno in pensione prima degli altri abolendo lo «scalone» (a proposito, perché gli studenti non hanno protestato allora? Con quei miliardi di fondi a disposizione in più, le scuole si potevano fare d’oro).
Le «previsioni» macroeconomiche rischiano di diventare uno dei simboli dell’Europa che non ci piace, quella che impiega eserciti di persone pagate dalla fiscalità generale (cioè da noi) per sfornare regolamenti, pareri, gruppi di lavoro, totalmente staccati dalla realtà di un mondo ormai irreversibilmente cambiato, che si sposta a velocità supersonica e che richiede decisioni e reazioni altrettanto rapide. Diciamocelo chiaro: la crisi a livello europeo è stata gestita in modo meno disastroso del solito principalmente grazie al caso, che ha visto Sarkozy come presidente di turno dell’Unione e quindi con un’investitura formale per poter agire in modo veloce e drastico, compito che ha svolto molto bene anche grazie all’appoggio italiano e inglese.
Se si fosse dovuto aspettare il consueto balletto dei dati proposti dalla Commissione, preparatori per la riunione dell’Ecofin, con suggerimenti per il G20 e successivo rimando a qualche commissione attuativa che avrebbe preparato poi un bello studio sulla crisi, avremmo potuto tranquillamente abbassare la saracinesca. Speriamo che l’esperienza sia stata di insegnamento per le strutture decisionali europee: ridurre la proliferazione di dati assolutamente superflui per rafforzare le procedure concrete, di emergenza e non, deve essere una priorità condivisa. Non dimentichiamo che il primo gennaio Sarkozy dovrà lasciare il posto a Topolanek, premier ceco, che oltretutto in patria ha problemi a non finire, con una maggioranza di un voto in parlamento. Sarebbe il caso di considerare seriamente la questione, magari senza aspettare una previsione della Commissione Europea.
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