Studia da medico per la moglie morta

«Dopo sette anni non ho più lacrime, ma solo rabbia perché mia moglie è stata ammazzata dai farmaci che le sono stati prescritti durante la malattia. I medici che la curavano non hanno fatto nulla di quello che dovevano fare, sbagliando diagnosi e terapie. Si sono inventati una malattia che non c'era per sottoporla ai loro esperimenti. Ora pretendo giustizia». E forse riuscirà ad averla Giuseppe Ricciardo, dopo tanto tempo passato a chiedersi come è davvero morta sua moglie, se a causa di una fibrosi polmonare, secondo la versione sostenuta dai camici bianchi dell'ospedale San Martino, oppure per colpa di una polmonite batterica, come afferma invece il marito. Che dopo sette anni di tribolazioni, ricerche e studi sui libri di medicina (lui che medico non è), ha vinto la sua prima battaglia. Quella di vedere riaperte le indagini sulla morte della donna, il cui caso era stato archiviato nel 2004 dal tribunale di Genova, che aveva assolto i cinque medici. «Nel 2005 - racconta Giuseppe - ho presentato la richiesta di riapertura delle indagini dopo aver acquisito nuovi elementi che suffragavano i miei sospetti: Adriana è stata ammazzata dai farmaci altamente tossici che le sono stati prescritti per una malattia che non aveva».
In soccorso dell'uomo sono venuti gli studi fatti da autodidatta all'università sfogliando testi di letteratura medica e consultando decine di specialisti nello studio delle malattie polmonari. Uno di questi è riuscito ad analizzare le ultime Tac fatte alla donna scoprendo che essa non soffriva di fibrosi polmonare, ma di broncopolmonite interstiziale. Almeno fino al 27 ottobre 1999, un mese prima di morire a soli 34 anni nell'ospedale di Pavia dove era stata trasferita in attesa di trapianto polmonare. «Quindi mia moglie non doveva essere sottoposta a biopsia e a una terapia sperimentale a base di farmaci chemioterapici, ma fare esami diagnostici come prescrive in questi casi la letteratura medica», aggiunge Giuseppe. I cui dubbi sono stati avvalorati da una lettera scritta dal ministero della Salute al suo legale nel 2002. Una parziale ammissione degli errori commessi a Genova e a Pavia. Il 31 ottobre il tribunale di Genova ha disposto la riapertura del caso, dopo che il procuratore capo Francesco Lalla aveva affidato il fascicolo al giudice Cristina Camaiori. A breve verranno effettuati nuovi accertamenti per stabilire di quale malattia soffriva Adriana e quali danni possono provocare sull'organismo i farmaci a lei somministrati.