Studiava da avvocato

RomaDiavolo di una Donatella Finocchiaro. Il Marc’Aurelio, che ha vinto al Festival internazionale di Roma, appena chiuso, quale migliore interprete femminile nel film Galantuomini di Edoardo Winspeare, è ancora caldo e lei, catanese classe 1970, se n’è volata subito a Palermo per girare La Sicilia, docufilm di e con John Turturro. «Sono scesa adesso dall’aereo e non ho la minima idea di che cosa andrò a fare. Interpreterò me stessa, Donatella, e sarò un’amica di gioventù che Turturro, nel suo peregrinare siciliano, incontrerà per caso. Si tratta di un documentario sulle bellezze e sulle asprezze di questa nostra terra martoriata e nobile. La sceneggiatura è ancora tutta da imbastire!», ride lei, forte del riconoscimento che pubblico e critica le hanno tributato all’Auditorium, dove la sua Lucia, boss in gonnella del Salento in bilico tra legalità e Sacra corona unita, ha convinto e commosso.
«Quel lungo applauso, a fine proiezione, mi ha toccato nel profondo. Perché io non ho scelto di fare l’attrice, per essere applaudita, stare sui giornali, o avere fama e soldi. No, io miravo all’amore della gente. E quello, ora, sento di averlo e mi riempie di gioia». Sembra sincera e lo è: basti pensare che aveva una carriera da avvocato arcisicura, in un noto studio legale di Catania e l’ha piantata in asso per venire a Roma, inseguendo il vento della passione per la settima arte e incurante dei timori paterni, quanto al salto nel buio, verso l’incerto mestiere di attrice. «Per un paio d’anni ho esercitato Diritto penale e del lavoro. Poi, non ce l’ho fatta più. M’aveva contagiato un corso d’arte drammatica all’Università. Non pensavo che a quello, in tribunale. Così, quando ho incontrato Roberta Torre, regista milanese che cercava la protagonista di Angela, ancora una parte da mafiosa, mi sono lanciata. Ora, o mai più! Ho buttato all’aria il Codice, né mi sono mai pentita», rievoca l’artista, che non è bellissima, nel senso di appariscente o sexy, eppure piace perché, sullo schermo, coniuga impegno e un’avvenenza tutta mediterranea, che parte dal cervello, non dal «lato B».
Il paragone più frequente è quello con «la lupa», quell’Anna Magnani, neanche lei bellissima, però fascinosa comunque, a dispetto delle Ingrid Bergman perfettine, che le avrebbero soffiato Rossellini dal letto. «Magari valessi anche soltanto un quarto della Magnani!», sospira Donatella, che in questa professione di umiltà (non modestia) conferma la propria immagine di professionista seria, non montata dagli eventi romani. «A dire il vero, il Marc’Aurelio non me lo aspettavo. Ero già contenta così, di tutte le critiche positive, del consenso del pubblico. Ma la forza dell’amore, da parte della gente, mi spinge a migliorare. Fare l’attrice è un modo per dare amore. E riceverne», spiega lei, singola incallita, sempre in giro tra set (ricordiamo Il dolce e l’amaro di Porporati, Viaggio segreto di Kusturica e ’O professore in tivù) e teatri.
Il 17 novembre esordirà al Teatro Stabile di Catania con Un bellissimo novembre, pièce ispirata all’omonimo film (1969) di Mauro Bolognini, con Gina Lollobrigida nel ruolo che rivestirà la Finocchiaro sul palco. Dunque, c’è una rete doppia che lega le due attrici premiate dal Festival, sotto il blasone nobile del romanzo di Ercole Patti, fonte ispirativa sia del film sia della commedia... «È singolare, è vero. Ma, ancora una volta, mi lusinga entrare nei panni di zia Cettina, personaggio diverso da quelli interpretati finora. Da trentenne sposata e matura, infatti, risveglierò i desideri del mio nipote sedicenne, Nino. Finalmente avrò una parte leggera, “fatta di acqua e di vento”, come scrive nel romanzo Patti. Sarò una donna degli anni Trenta, che vive in un mondo puro tutto suo».