Lo stupefacente ministro Amato sembra Alice nel Paese della coca

Il ministro dell’Interno Giuliano Amato, denunciando, forse con tardiva meraviglia, il «consumo gigantesco» e la «domanda spaventosa» di cocaina in Italia, ha rivelato una verità ben nota da tempo agli esperti di criminologia e agli stessi inquirenti. Una verità semplice e chiara: c’è un nesso preciso, funzionale fra l’azione della criminalità organizzata, delle mafie, e la richiesta di beni illeciti da parte di cittadini che sono ritenuti e si ritengono non-criminali. È il circuito dell’economia nera, sporca che è parallelo a quello normale del soddisfacimento della richiesta di leciti consumi. La grande distribuzione provvede a far arrivare merendine e polli in tutti i borghi d’Italia, le mafie, con la loro manovalanza gentilmente offerta anche da una lassista politica immigratoria, provvedono a fornire droga, sesso, gioco d’azzardo a bravi cittadini, specchiati membri della comunità, che sentono il bisogno di brividi e straniamenti garantiti dal cloridrato di cocaina, o da ragazze nigeriane, albanesi o moldave o ucraine schiavizzate da banditi-caporali con i quali nessuno s’incontrerebbe in un locale pubblico. Ma nel segreto dei bisogni inconfessabili i bravi cittadini incontrano quei soggetti e i loro emissari e, comunque, ne richiedono i servizi. Si capisce perché Giuliano Amato alzi le braccia e affermi che in queste condizioni la lotta al traffico di droga diventi quasi impossibile o si riveli un’inutile fatica di Sisifo. Perché ogni volta che un giovane o un cinquantenne con velleità incontra uno spacciatore per avere la sua dose o una dolente «faccetta nera» stringe un patto autenticamente criminale. Basato sulla comune esigenza di silenzio. Le mafie si arricchiscono perché i rischi della distribuzione finale fanno aumentare i prezzi del prodotto fornito, da Paesi lontani, da contadini senza speranza.
Le forze dell’ordine non possono stroncare questo traffico proprio perché i «consumatori» – di droga, di sesso, di gioco d’azzardo, di armi, di smaltimento rifiuti – non hanno alcun interesse a denunciare chi li sfrutta e, tuttavia, li serve. È anche così che si spiega la capacità pervasiva delle mafie.
L’allarme di Amato pone parecchi e gravi problemi. Che fare? È possibile colpire soltanto i mafiosi senza colpire anche i consumatori? È singolare che il traffico di droga in realtà si può colpire, con risultati molto parziali, forse marginali, quando le partite di droga non siano state ancora separate e trattate: quando hanno eluso i primi filtri, scomposte in milioni di dosi, non creano problemi ai destinatari finali, protetti dallo schema della «modica quantità per uso personale» e assolutamente refrattari a denunciare gli spacciatori. Spesso questi ultimi sono inchiodati da riprese tipo candid camera, ma se si dovessero affidare le speranze di vittoria sulla droga a questi metodi avremmo bisogno di forze di polizia almeno venti volte più numerose di quelle attuali, in uno Stato in cui ogni agente dovrebbe spiare dieci vicini.
E allora? Il governo lancia segnali contrastanti. Amato denuncia lo smarrimento di una società che esprime una domanda «spaventosa» di cocaina, altri suoi compagni si preoccupano di alleggerire le tabelle sul consumo delle cosiddette «droghe leggere», sempre propedeutiche a quelle pesanti. Forse il carcere duro per chiunque si faccia una «pista» di cocaina non è la risposta più funzionale e utile, ma nemmeno il lassismo che demanda a burocratiche «sanzioni amministrative» per i consumatori è la risposta adeguata. La liberalizzazione delle droghe risolverebbe i problemi di natura penal-giudiziaria e taglierebbe radicalmente i profitti delle mafie. Ma forse sancirebbe il diritto al suicidio di una società smarrita.
Ecco il dilemma di cui riflettere. Già sento i fautori di una «risposta culturale» a quello smarrimento, ma le rivoluzioni culturali necessitano di tempi medio-lunghi, di una scuola motivata ed efficiente, di famiglie coese. E invece c’è ancora una subcultura falsamente libertaria che ci spiega come ci si può ammazzare anche con l’abuso di pastasciutta e di tortellini, o di lambrusco (non subito), ma la relativizzazione delle responsabilità e delle scelte è un misero espediente. E poi, fra la cocaina e il vino della tradizione italiana preferisco il vino. Il ministro dell’Interno non può, come Alice nel paese delle meraviglie, limitarsi a denunciare l’anomalia italiana del gigantesco consumo di cocaina. Ci dica quale progetto politico, sociale culturale possa esprimere il suo frammentato governo (diviso sulla droga come sulla famiglia, sulla pace e sul terrorismo, sulle tasse e sulle pensioni) per battere l’emergenza che anche il Viminale, finalmente, ha dichiarato di avere scoperto.