Stupefacenti, indagini del Ros Indagato un superpoliziotto

Da Rovigo a Verona, da Padova a Ferrara, da Modena a Milano. Una rete di distribuzione della droga in grado di mettere in commercio 15 chili di cocaina alla settimana, e che copriva le principali piazza del nord Italia. Un’organizzazione «bipartisan», un sodalizio criminale tra ex esponenti del Nar (Nuclei armati rivoluzionari), di Ordine nuovo, della mala del Brenta di Felice Maniero, della banda della Comasina di Renato Vallanzasca, e persino un ex brigatista. Un’operazione che ha come epicentro il Veneto, ma che ha riflessi inattesi anche nel capoluogo lombardo. Tra gli indagati a piede libero, infatti, figura anche un superpoliziotto dell’anticrimine milanese, accusato di favoreggiamento. Secondo gli inquirenti, avrebbe intrattenuto rapporti ritenuti troppo confidenziali con uno dei personaggi finiti nel mirino dei carabinieri del Ros.
Per questo, nel pomeriggio di ieri, l’agente - che ha una storia alle spalle fatta di inchieste proprio sulla criminalità organizzata, e protagonista delle principali operazioni contro la malavita degli anni ’80 - è stato sentito in un ufficio della Procura milanese dai magistrati del Dipartimento distrettuale antimafia di Venezia, titolari del fascicolo, per chiarire i contatti mantenuti negli ultimi tempi con un malvivente vicino alla banda finita in manette. Quest’ultimo, infatti, sarebbe stato un informatore dell’agente ma, evidentemente, gli inquirenti devono verificare che il flusso di informazioni scambiato tra i due non sia andato oltre il lecito. In particolare, negli atti dell’indagine (ma non nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Antonio Liguori) sono incluse alcune telefonate intercettate dagli investigatori sulle quali si è deciso di approfondire.
Un quadro ancora da definire, dunque, come sono tutte da accertare le eventuali responsabilità del funzionario (i cui uffici, sempre ieri, sono stati perquisiti dai carabinieri), considerato da molti uno dei migliori «segugi» della piazza milanese. Anche per questo, molti dei colleghi dell’agente, così come i magistrati che con lui hanno lavorato, restano persuasi che qualunque ambiguità verrà chiarita. A ogni modo, gli inquirenti tendono a escludere un coinvolgimento diretto del poliziotto nell’attività vera e propria di narcotraffico messa in piedi dal gruppo criminale.