"Stupidi noi moderati a lasciare il cinema in mano alla sinistra"

Il senatore a vita fu Sottosegretario agli spettacoli dal ’47 al ’54: "Dai film sparirono patria e famiglia"

Ispirare da vivi una biografia - come l’Andreotti di Massimo Franco (Mondadori) - è di pochi; ispirare un film biografico è di pochissimi: con Berlusconi, Andreotti è l’unico politico ammesso al Festival di Cannes, ma Il caimano di Nanni Moretti non è stato premiato, Il divo sì.

Senatore, «Il divo» l’ha ferita. Ma lei non ne esce così male...

«Non l’ho visto per intero, quindi evito giudizi globali».

Non è curioso di vederlo tutto?
«I film non sono il mio primo pensiero».

Nemmeno se il personaggio principale è lei?

«Dopo il caso Moro, per andare al cinema devo avvertire la polizia per la scorta. Così ho smesso».

Ma vedrebbe «Il divo» fino alla fine?
«Ora certamente».

In fondo il cinema italiano l’ha rimesso insieme con le sue leggi.
«In effetti sono stato sottosegretario agli Spettacoli fra il ’47 e il ’54».

Il 5 novembre un convegno con lei e il ministro La Russa aprirà una rassegna di film d’allora al cinema Trevi di Roma. Come ricorda quegli anni?
«Fu un periodo interessante quello fra trattato di pace e ritorno di Trieste alla madrepatria. Il distacco della città aveva creato delusione. C’erano difficoltà specifiche».

Continui.

«Ogni famiglia italiana aveva pagato un tributo alla Prima guerra mondiale. Il tema era dunque delicatissimo».

I film di quegli anni alimentavano il patriottismo a ogni occasione, anche quando erano leggeri. Il governo lo suggeriva?

«Non c’erano direttive dall’alto. Erano questioni che non si potevano non affrontare. Si era ancora vicini alla guerra...».

E ciò avrebbe dovuto favorire l’oblio. Invece al cinema della Repubblica la patria piaceva più che a quello della monarchia.
«La questione era delicata. Si veniva da un regime che comunque, fuori dal cinema, monopolizzava il patriottismo...».

Un regime finito nel «Sangue dei vinti», come s’intitola il film di Michele Soavi, tratto del libro di Pansa.

«Ma il cinema di allora era ben diverso. Se di quello parlava, lo faceva solo dalla parte degli altri».

E privilegiando la guerra civile sulla guerra di liberazione nazionale.
«Criticare il periodo fascista portava a rifiutare il patriottismo come suo elemento. Ci fu dunque un vuoto di patria».

E i governi correggevano col cinema quest’atteggiamento?
«I governi no, perché erano frutti di coalizioni composite».

E allora chi?
«Certi partiti. E l’Azione cattolica di Gedda».

Si è detto che lei impose un cambio nel finale di «Umberto D.» di Vittorio De Sica.

«Non è vero. Mai mi sono sognato di fare questo tipo di censure».

Di De Sica lei era amico.

«De Sica aveva due famiglie. E amava giocare. Una volta mi disse: “Con tutti i carichi che ho, lei capisce...”. Col tono di uno che si fosse tolto un ventricolo!».

In genere però i neorealisti non l’amavano, senatore.
«Perché avevo modestamente suggerito loro che l’Italia non era solo pensionati affamati e ladri di biciclette».

Ma anche...
«La terra di Don Bosco e di Forlanini, inventore del pneumotorace».

Fra i dispersi nel nostro cinema c’è il padre di famiglia. Non se ha traccia da 40 anni.
«Dopo Gedda l’Azione cattolica non fu più quella. Era sempre più arduo rappresentare certi problemi. Ormai c’erano le legioni antifasciste».

Fatte di ex fascisti.
«Pareva che in Italia nessuno fosse stato fascista, perché nessuno l’ammetteva».

Le vittorie hanno molti padri, le sconfitte sono orfane.

«Culturalmente per l’Italia fu un momento squallido».

Nel cinema s’addensavano.

«Erano ambienti che oscillavano fra il sinistrismo acuto e la prudente nostalgia del fascismo».

Ma solo fra le mura di casa!

«Certo, c’era una grande difficoltà ad affrontare l’argomento».

L’estrema sinistra...

«... voleva il monopolio dell’antifascismo».

Lei come reagiva?
«Tanto di cappello a chi aveva pagato per le sue idee con la morte e la galera. Ma c’erano anche altri. Mi viene in mente un aneddoto».

Dica.
«Prima della guerra il cardinal Pizzardo parlava dell’iscrizione al Pnf come della “tessera del pane”».

Nel senso?

«Che si partecipava ai concorsi pubblici solo con la tessera fascista. Con la guerra ci sarebbe stata la tessera del pane per davvero: quella annonaria».

Nel dopoguerra i film bellici italiani dettero un motivo di dignità.

«Ma furono anni di polemiche continue, come quelle per Fiamma che non si spegne di Vittorio Cottafavi su Salvo D’Acquisto».

Dagli schermi usciva anche la famiglia. A cominciare dal padre.
«Dopo la morte di Pio XII ci fu una laicizzazione progressiva. Pareva che modernità significasse rifiutare la tradizione».

Il padre conservatore era sempre assimilato al bacchettone...
«E sempre da parte della sinistra. Ho un altro aneddoto. Durante un incontro, Pio XII estrasse irritato un numero della Settimana Incom Illustrata: in copertina c’era un’attrice che, scendendo da un’auto, mostrava le cosce... Si figuri: oggi le vedremmo anche ai raggi X!».

E lei che cosa rispose a Pio XII?

«“Santità, sono più colpevole io per non averlo impedito o l’editore per aver pubblicato?”. “L’editore”, rispose il Papa».

Dunque?
«Fui sfacciato: “Santità, allora lei è più colpevole di me perché l’editore appartiene alla Segreteria di Stato!”. Non ne parlammo più».

Largamente sua anche la normativa sull’oscenità...

«E su “tutto ciò che può turbare l’adolescenza”. Si fece fatica a introdurre la formula. Ogni freno pareva nostalgia fascista».

Dal cinema, patria e famiglia scompaiono insieme, contemporaneamente a Pio XII. Un caso?
«Non lo so. Certo ci fu abilità da parte di alcuni a sinistra e dabbenaggine nostra, dei moderati intendo».
Nella questione dei valori un’altra svolta fu la presidenza di Saragat.

La socialdemocrazia dilagò in tv, più che al cinema.
«E la Svezia apparve sul piccolo schermo come il paradiso in terra, del quale si taceva l’alcolismo, i suicidi...».

Fra 1954 e 1964 si lasciò campo libero a questa propaganda?
«Allora ormai non mi occupavo più di spettacoli. Per la Dc se ne interessarono prima l’on. Bubbio, poi l’on. Scalfaro».
Capisco.