Lo stupido ideale

Giovanni Sartori, sul Corriere della Sera, ha avuto il privilegio di poter dedicare l'editoriale di prima pagina alle proprie opinioni sull'intelligenza umana. Nel suo articolo non c'era nessun collegamento con l'attualità, se non la citazione di uno studio americano secondo il quale l'umanità sta diventando sempre più intelligente. Sartori non è d'accordo: e, ipotizzando un'intelligenza viceversa decrescente, cita due tesi: una secondo la quale l'homo sapiens è ormai soppiantato da un homo videns incapace di astrazione e vera concentrazione, e poi un'altra che paventa una proliferazione dello stupido secondo la definizione che ne diede Carlo Maria Cipolla: una persona che fa danno agli altri come a se stessa. Ed è qui che Sartori trascura l'ambiguità del suo scrivere: perché lo stupido classificato da Carlo Maria Cipolla, diversamente dal cattivo che ogni tanto si riposa, è colui che incessantemente pretende di intervenire, riparare, correggere, aiutare chi non lo chiede, curare chi non è malato; i sintomi della stupidità intellettuale sono seriosità, crescente vocazione a missioni elevate, preoccupazione di piacere a tutti, impazienza rispetto alla realtà. E calcolando che le suddette caratteristiche delineano l'identikit di chi spesso scrive sulle prime pagine dei giornali (tra questi Sartori e lo scrivente) affiorano dubbi angosciosi.