Stupro della Caffarella Altri due romeni incastrati dal Dna

In manette due romeni: hanno usato la Sim rubata alla ragazzina
violentata nel parco. Portati in cella per una serie di rapine in zona,
il test li ha inchiodati. Pugile e biondino: <strong><a href="/a.pic1?ID=337793">sosia o depistatori?</a></strong>

Roma - Sono due. Sono romeni. Sono uno bruno e l’altro biondino. Sono in carcere per lo stupro della Caffarella, a Roma, la sera di San Valentino, ai danni di una coppietta di terrorizzati fidanzatini. Non sono però Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, mostri per qualche settimana, bensì due loro alter ego, molto somiglianti: il moro Ionut Jean Alexandru, 18 anni compiuti da poco, ma già maggiorenne quel fatidico 14 febbraio; e il biondino Oltean Gavrila, 27 anni.

Stavolta anche il dna li inchioda, oltre agli occhi delle vittime, che li hanno riconosciuti dalle immagini mostrate loro dagli inquirenti. Il primo è a Roma, in stato di fermo per una rapina compiuta il giorno dopo lo stupro, e raggiunto il 18 da un’ordinanza di custodia cautelare per la violenza sessuale della Caffarella firmata dal gip Guglielmo Muntoni su richiesta del pm Vincenzo Barba; il secondo nel carcere di Trieste, dove è stato intercettato nella notte tra il 17 e il 18 marzo mentre tentava di fuggire in Romania, fermato per una precedente accusa di ricettazione e ora anch’egli ufficialmente accusato per lo stupro. Nelle prossime ore sarà trasferito anche lui a Roma.

L’interrogatorio di convalida dei due arresti sarà fatto dal gip Guglielmo Muntoni entro cinque giorni da ieri. «Per noi il caso è chiuso», dice il capo della Squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi. E dopo le polemiche seguite all’arresto di Racz e Loyos - per i quali il Tribunale del riesame ha parlato di «scollamento fra realtà effettuale e realtà probatoria» nella motivazione dell’ordinanza che ha scagionato i due, resa nota ieri - è chiaro che sono parole dette con la ragionevole certezza che non vengano questa volta smentite né dai giudici né soprattutto dai fatti.

A tradire i due romeni sono state le loro abitudini criminali, quella che Rizzi ha definito «serialità». Le modalità ricorrenti di una serie di colpi messi a segno in giorni successivi, in orari analoghi, in aree vicine e su vittime sempre giovanissime e facili da terrorizzare. Il 13 febbraio i due avevano rapinato un gruppo di quattro ragazzini nel parco Scott. Il 14 la rapina con stupro alla Caffarella. E il 15 in un altro parco della zona Sud della capitale, il Parco Lemonia, un altro colpo a una coppietta, stavolta senza l’orrore dell’abuso.

È questo il momento decisivo, la crepa che rompe il vetro: i due infatti rubano un paio di scarpe e un telefonino, nel quale il più giovane dei due romeni qualche giorno penserà bene di inserire la propria carta sim. Da qui gli inquirenti arrivano a un diciottenne romeno di Calarasi, a sud di Bucarest, incensurato, da un paio di mesi ospite di un padiglione della vecchia Fiera di Roma dopo aver girovagato per vari insediamenti tra i quali il Casilino 900 e via de Sanctis. Viene arrestato il 18 marzo: è lui, ignaro che sul suo capo si stia per abbattere un’accusa ben più grave e infamante del furto di quel cellulare, a mettere sulle tracce del suo complice nella rapina del 15: un ventisettenne ospite della stessa struttura.

Gavrila viene raggiunto a Trieste, su lui pende un mandato per una vecchia ricettazione: è quello il grimaldello che gli agenti usano per fermarlo. In carcere ai due viene prelevato un campione di saliva, il dna viene confrontato con quello presente sui reperti della Caffarella. La corrispondenza c’è. È molto difficile, stavolta, che sia un buco nell’acqua.