Uno stupro giudiziario a spese del contribuente

Venti carabinieri da Napoli a Milano: tanto pagano i cittadini. Cercavano un dossier. Hanno voluto pure il mio portafoglio. L'ordine era procedere perfino a perquisizioni personali: dalla giacca al garage

Una ventina di carabinieri spediti da Napoli a Milano, Roma e Como per cercare articoli sul presidente degli industriali Emma Marcegaglia. È la prova che le procure non sono in bolletta come sostengono i magistrati. I soldi evidentemente ci sono, è da vedere se vengono usati bene. Il blitz è scattato all'alba, nelle case private, negli uffici miei e del collega Porro. Il mandato del pm Woodcock era di quelli che si riservano a pericolosi criminali. Le perquisizioni dovevano essere complete, in tutti gli ambienti, non esclusi garage e automobili. Non solo. L'ordine era anche quello di procedere a perquisizioni personali perché non si sa mai che voluminosi dossier venissero nascosti alle sette del mattino dentro le mutande, nel taschino della giacca o nel portafogli che ho dovuto consegnare ai militari insieme con le ricevute del ristorante, ai soldi contanti, al libretto degli assegni e mi fermo qui perché l'elenco è lungo. Anzi no. Ho dovuto spiegare il senso di appunti, lettere personali, bollette e documenti riservati inerenti la vita dell'azienda, mentre un perito della procura smontava fisicamente i miei computer per curiosare elettronicamente tra la mia corrispondenza.

È vero che chi non ha nulla da temere nulla teme, ma lo stupro giudiziario resta comunque antipatico. Ho chiesto a quale titolo tutto ciò accadesse. Non hanno saputo rispondermi. Nell'ordinanza di perquisizione mi si cita una volta, come autore di un articolo pubblicato il 16 settembre su Emma Marcegaglia. È vero, l'ho scritto, e pubblicato con grande evidenza in prima pagina. Il giorno prima la presidente di Confindustria ci aveva attaccato pubblicamente, dichiarando a un convegno che era l'ora di smetterla con l'inchiesta sulla casa di Montecarlo, della quale - disse - non gliene frega niente a nessuno. Essendo leggermente affari miei, risposi per le rime. Argomentai che un sondaggio trasmesso da Ballarò sosteneva che oltre il cinquanta per cento degli italiani era fortemente interessato alla vicenda e voleva sapere tutta la verità. Scrissi che non avrei tenuto in considerazione l'autorevole invito e che avrei continuato per la mia strada.

Tutto qui, non un rigo di più. Non ho mai fatto o ricevuto telefonate e messaggini dal segretario della Marcegaglia né con nessun altro. Non sono più tornato, direttamente o indirettamente sull'argomento, dopo quel giorno, non un rigo è stato scritto sulla presidentessa. Insomma, sono stato indagato, umiliato e diffamato per aver scritto in difesa della mia libertà di pubblicare articoli sul caso Montecarlo, e l'ho concordato con Vittorio Feltri e nessun altro. Credo di essere il primo direttore a essere messo sotto accusa per un editoriale, cioè per un'idea.

Non a caso ieri i carabinieri non hanno sequestrato nulla. Io ho scritto una opinione, loro cercavano dossier, carte segrete o chissà cosa. Non hanno trovato nulla, non solo perché non c'è nulla da trovare ma perché in un giornale non circolano dossier, semmai, a volte, notizie, che è altra cosa. Quest'ultime è facile trovarle: sono stampate tutti i giorni in centinaia di migliaia di copie e offerte ai lettori. Mi piacerebbe, questo sì, averne di più.

A proposito di questo, trovo che ci siano due coincidenze sospette. La prima: il 24 settembre questo giornale ha pubblicato un interessante articolo del collega Giancarlo Perna sul pm Woodcock. Era il giorno dell'assoluzione, per non aver commesso il fatto, di Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato e buttato in carcere dal magistrato in questione anni prima. Perna segnalava come si trattasse, statisticamente parlando, dell'ennesimo buco nell'acqua, sulla pelle di innocenti, del famoso pm acchiappa vip. Woodcock evidentemente non deve aver gradito, così come probabilmente si è irritato quando domenica scorsa ho scritto un articolo sul fatto che al Giornale eravamo certi di avere i telefoni sotto controllo da parte di due procure, una del Nord e una del Sud. L'ho fatto perché quando noi sappiamo una notizia non la teniamo nei cassetti, non la usiamo per strani giochi, semplicemente la pubblichiamo. Immagino il disappunto del pm: ma come, loro sanno che li sto intercettando e lo scrivono pure? Adesso glielo faccio vedere io chi sono, a quello gli levo anche le mutande. Detto e fatto. Sono sempre più convinto che quando Berlusconi dice che ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta su come funziona la giustizia in Italia non abbia poi tutti i torti.