Stupro a Milano, il «palo» condannato per furto d’auto

da Milano
Piange mentre guarda la sua sposa bambina di là della gabbia degli imputati Mur Raduliviu, accusato di aver partecipato allo stupro di una studentessa di 19 anni. Piange mentre il giudice gli infligge 4 mesi e 20 giorni per tentato furto e la sua donna, come da copione, lo difende a spada tratta: non è lui, l’accusa è falsa, lui è buono, eccetera eccetera. Incurante del fatto che il suo uomo, romeno irregolare di 20 anni, accampato in via Isola Capo Rizzuto insieme a lei, ragazzina di 16 anni sposata, pare, prima di partire per l’Italia, abbia confessato. Sì, la notte tra sabato e domenica sarebbe stato in quella stradina di via Piave, estrema periferia nord di Milano, con due complici. Insieme avrebbero spaccato il vetro della macchina dove stanno chiacchierando due fidanzatini e riempito di botte il ragazzo. Poi, mentre lui fa da palo, l’amico trattiene il giovane semistordito, il terzo violenta la ragazza.
Poco dopo le due vittime sono davanti agli agenti che in breve riescono a identificare Raduliviu e iniziano a seguirlo nella speranza di essere guidati dai due complici. «Purtroppo» il nostro Mur martedì all’alba si mette ad armeggiare con un compare intorno ad alcune auto in via Appennini. E «purtroppo» un cittadino vede la scena, chiama il 113 e arriva una volante che acchiappa i due, lasciando con un palmo di mano gli investigatori. Che allora decidono di cambiare tattica. Attendono che la giovane finisca le prove scritte della maturità e predispongono un confronto all’americana, durante il quale il clandestino viene riconosciuto dalle sue vittime. Quindi parte la contestazione formale e venerdì sera viene interrogato dal pm Laura Pedio.
«Non è un mistero che abbia confessato - dice ora il suo avvocato Massimo Schirò -, spiegando però di non avere materialmente abusato della studentessa. Ha ammesso le sue responsabilità, senza sminuirle, anche se il dialogo è stato difficile. È mezzo analfabeta, in Italia da poco tempo, non parla la nostra lingua e persino il traduttore fatica a capirlo».
Ieri mattina dunque è apparso in giudizio per il tentato furto sulle auto. Condannato a 4 mesi senza condizionale se n’è poi tornato in carcere. In attesa che le indagini definiscano con esattezza il ruolo suo e quello degli altri due romeni, anche loro «residenti» in via Capo Rizzuto. Giovani ormai identificati con certezza dagli investigatori. «Hanno le ore contate» spiega il questore di Milano Paolo Scarpis. In effetti l’eccellente lavoro del capo della mobile Vittorio Rizzi e dei suoi uomini ha consentito di dare in pochi giorni un nome agli autori dell’ennesimo brutto caso di violenza, destinati a essere presto ammanettati. Non dovrebbero essere molto lontano e non possono contare sulla protezione degli altri romeni. La comunità infatti sente l’ostilità dell’opinione pubblica e se non può consegnare i ricercati alla polizia, sicuramente non farà nulla per impedire il loro arresto.

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