Su D'Alema la giravolta del Corriere

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo hanno scritto un libro «La casta» sugli sprechi della politica in Italia. Molte le informazioni utili raccolte. Anche se tanti scritti già usciti di Mario Giordano su temi simili mi sono sembrati più interessanti. Ma al di là del libro, è bene riflettere sull'operazione che lo accompagna: un editoriale di Sergio Romano, domenica sul Corriere della Sera, che fa intravedere scenari di collasso simili a quelli del 1992. E un'intervista di Massimo D'Alema (una vera novità per un quotidiano come quello diretto da Paolo Mieli che da sempre osteggia il ministro degli Esteri in carica) con gli stessi toni dell'articolo di Romano. Il tono dei due interventi pare quello di chi avendo perso la partita, cerca di rovesciare il tavolo per non pagare pegno.
D'Alema vuole spiegare come l'evidente fallimento del centrosinistra non sia il capolinea di una coalizione scombiccherata ma la crisi di tutta la politica italiana. L'editoriale di Romano fa intravedere la speranza del quotidiano di via Solferino, fallita la scommessa fatta con il sostegno elettorale a Romano Prodi, di riprendere le fila di una rivoluzione italiana, già tentata con Mani pulite.
Non mancano valutazioni condivisibili sia nell'articolo di Romano sia nell'intervista di D'Alema, non c'è però una razionale definizione di problemi e responsabilità. Si consideri anche solo la questione dei «costi della politica» messa al centro del dibattito per scuotere la masse e raccogliere briciole di consenso. Parte fondamentale del problema dei «costi della politica» è la frammentazione partitica. Ma questa non nasce - come si fa credere - tanto dalla legge elettorale di Roberto Calderoli, quanto dal lavorio per frantumare il centrodestra e dall'indifferenza verso il carattere malcombinato della coalizione di centrosinistra. È questa la causa che costringe il fronte guidato da Silvio Berlusconi a cercare forme per impedire la disintegrazione della Casa delle libertà. Ed è l'idea di costituire un nuovo fronte popolare antiberlusconiano che mette insieme pompieri e incendiari nel governo Prodi. E al centro di tutte le manovre c'è quell'accrocchio di poteri che ha espressione nel Corriere della Sera: il quotidiano che si inventa Marco Follini, Francesco Rutelli, oggi Pierferdinando Casini. Che assolve senza contrastarlo l'estremismo di fondo di Fausto Bertinotti, secondo una logica che al di là del giornalismo, punta a sfarinare le tendenze politiche nette per condizionarle nella gestione del potere.
Se ti inventi mille «italie di mezzo», se legittimi l'ambiguità dell'estremismo rifondarolo, lamentarti poi che aumentano i partiti, le persone che vivono di politica, le caste intoccabili, diventa un puro esercizio d'ipocrisia.
Naturalmente ogni giornale e anche ogni gruppo di potere in una democrazia fanno quello che vogliono. Non è male spiegare, però, la logica di certe operazioni. Né far riflettere sul come la principale soluzione alle questioni politiche, sia la politica. Cioè, oggi, buttare giù Prodi, possibilmente tornare a votare e comunque attuare trasparenti convergenze programmatiche, lasciando perdere nuove rivoluzioni moralistiche, ancora di più se gestite da noti immoralisti.
Lodovico Festa