«Su Israele D’Alema sbaglia tutto»

Luca Telese

da Roma

Quando gli chiedi da quanto tempo lo insegua l’epiteto di filoisraeliano, Marco Pannella ti regala un colpo di tosse assertivo e un sorriso di orgoglio beffardo dei suoi: «Iniziamo a dir bene: sono io che dal 1976, quando iniziammo la nostra più importante campagna elettorale, esordivo sempre con questa... autocertificazione: "Io, Marco Pannella, spia della Cia e del Mossad"!».
Così, quando deve parlare della imminente missione in Libano, il leader radicale ti spiega che i suoi dubbi sono di due ordini: «Se ci occupiamo de minimis, delle cose basse, potrei dire: ha perfettamente ragione Emma Bonino a dire che non si capiscono tanta fretta e tanta precipitazione. Come si fa a dire già quanti uomini, quanti fanti e così via se non sono chiari la cornice, il mandato, e le forze in campo? Il problema è che bisognerebbe... ». Se gli chiedi che cosa «bisognerebbe» sospira di sconforto: «Farla finita con l’Europa delle patrie, chiracchiana e gollista, e far nascere subito la grande Europa, quella di De Gasperi, Adenauer, Spinelli e noi tutti. Come? Partendo dall’ingresso di Israele nell’Unione europea». Il ragionamento di Pannella inizia, insieme all’annuncio di un nuovo Satyagraha mondiale per la pace, e al racconto di una passione scomoda.
Allora, radicali filoisraeliani?
«Quando nacque il partito, nel 1955, avevamo già inscritta nel nostro Dna una dichiarazione di Mauro Paggi che teorizzava un rapporto privilegiato con Israele».
Per questo già negli anni Settanta eravate nel mirino della sinistra extraparlamentare...
«Ah, ah, ah... ricordo che nel 1976 venni contestato fin dal primo giorno di campagna, a Perugia, dagli studenti stranieri con la kefiah... ».
Se lei partiva dall’autocertificazione di adesione al Mossad ci credo.
«Venduto al Mossad, prego».
Mai indossata una kefiah, lei?
«No, mai. Ma sai, perché tu la metta qualcuno te la deve dare, e a me non l’ha mai data nessuno. Non sono mica Zapatero, io».
Stoccata. Quindi ha fatto male Zapatero ad accettare la kefiah?
«Nooo, figurarsi: mica tutti devono essere per forza schierati e allineati! Il discorso non è cosa porti, ma piuttosto è quello che dici e quello che fai».
Ha fatto male D’Alema ad andare a braccetto con un deputato di Hezbollah?
«Vedi? Il problema è cosa dice e fa D’Alema, mica il braccetto».
E a lei cosa non va di quello che dice e che fa D’Alema su Israele?
«Tutto quello che dice e che fa prima e dopo essere andato a braccetto. Se la sua linea fosse chiara, quella foto sarebbe stata ricordata tutt’al più come una curiosità di colore».
Esiste l’antisemitismo di sinistra nel governo italiano come dice Pera?
«Non sono uno che va a caccia di antisemiti! Forse perché sono l’unico leader veramente sionista».
Addirittura!
«Scherza? A Gerusalemme quest’anno ho litigato con gli israeliani che mi parlavano del ritiro dai territori occupati dicendo: "Comunque vada è terra contro pace". Ehhhh... ».
Lei era già scettico?
«Purtroppo sì, e dicevo: "Vi sbagliate, sarà territori contro guerra"».
In virtù di un ragionamento simile lei è molto critico verso la risoluzione Onu 1701 sul Libano.
«Diciamo senza giri di parole che è un tradimento di dieci anni di aspettative, della 1559, sul disarmo delle milizie sciite, che invece su questo punto era imperativa, esplicita».
Cosa è successo fra i due voti?
«Che in Medio Oriente ha vinto la linea siriano-iraniana, quella che è iniziata ben prima della guerra con l’assassinio di un riformatore democratico come Hariri».
E in Europa?
«In Europa sta vincendo la linea delle piccole patrie, il piccolo gollismo nazionalista di Chirac. Ma parliamo del Satyagraha, vero?».
Posso impedirglielo?
«Ovviamente no. Anche perché lo iniziamo oggi proprio per dire che senza una grande politica europea anche gli sforzi dell’Italia saranno inutili».
E il primo passo?
«Che l’Italia inizi a battersi per l’ingresso di Israele nell’Unione, per una grande Europa dagli Urali al Mediterraneo. La pace si fa solo così».