"Su Israele nessuna illusione Obama sarà uguale a Bush"

Per George Friedman, direttore di Stratfor (centro studi vicino alla Cia) non cambierà la politica americana in Medio Oriente

«Cari europei, non capite l’America e per questo travisate Barack Obama». Non usa perifrasi George Friedman e la sua è una voce che conta negli Stati Uniti; perché il centro studi Stratfor, di cui è direttore generale, è noto per la vicinanza alla Cia e l’accuratezza delle sue analisi. Friedman ha concesso questa intervista esclusiva al Giornale, incentrata sulla crisi del momento, quella di Gaza.

Non è troppo severo con gli europei?
«No, perché sono convinti che Obama, nell’animo, sia europeo, mentre la sua visione è profondamente americana. Lo dico chiaramente: non ci sarà alcun cambiamento sostanziale nella politica estera di Washington in Medio Oriente. Di più: non c’è differenza tra Barack e George Bush».

Eppure anche la grande stampa americana non esclude una correzione di rotta nei confronti di Israele...
«Non sono altro che chiacchiere giornalistiche. La realtà è molto chiara: anche il nuovo presidente è favorevole a una soluzione che preveda due Stati, ma oggi è impossibile trattare con i palestinesi, che sono divisi e non sanno tenere sotto controllo gli estremisti. E allora in queste condizioni Israele ha diritto di difendersi. Lo pensa Obama o lo pensano coloro che guideranno la sua diplomazia: la Clinton, Gates, Jones. La continuità con Bush è evidente».

A molti la reazione di Israele appare sproporzionata. Gli Usa, continuando ad appoggiare senza riserve Gerusalemme, non rischiano di incrinare i rapporti con il mondo arabo?
«Niente affatto. Chi sta con Hamas? Solo l’Iran e gli Hezbollah; tutti gli altri Paesi temono la destabilizzazione fondamentalista, a cominciare da Egitto, Giordania, persino Siria, fino ai Paesi arabi del Golfo. Siamo sinceri: a parole sono da sempre tutti con i palestinesi, ma da tempo nessuno è disposto a correre rischi per loro. La protesta è retorica, per quanto rumorosa nella piazze, ma se l’America decidesse di fare concessioni ad Hamas, i primi a protestare e ad arrabbiarsi sarebbero proprio i governi arabi».

Ma a quale scopo Hamas ha rotto la tregua? Tra insediamento di Obama ed elezioni israeliane il momento non appare propizio...
«Questi due fattori sono ininfluenti, la vera ragione è un’altra. Questo mese scade il mandato presidenziale, ma Abu Mazen ha annunciato che resterà in carica. Hamas ha tentato di sollevare l’opinione pubblica palestinese, che però è rimasta indifferente e allora ha alzato la posta in gioco, provocando Israele con i razzi. Vogliono passare come eroi della resistenza, ma rischiano di essere additati come responsabili dell’ennesima catastrofe palestinese».

È possibile risolvere il conflitto israelo-palestinese?
«Non nel breve periodo, la soluzione dei due Stati è abortita. Credo che dovremo abituarci a una sequenza di soluzioni temporanee, che alternerà guerre e periodi di tregua. Sbaglia chi pensa che Obama possa modificare questa realtà».

Prevede altre delusioni per i fan europei di Barack?
«Sì, Obama non è contro la guerra, non è un pacifista. E lo dimostrerà in Afghanistan. È favorevole alla concertazione con gli alleati, ma senza rinunciare ai propri obiettivi. Presto chiederà agli europei di inviare altre truppe a Kabul, ma che risposte otterrà? Cadrà un grosso equivoco: quello secondo cui tutta la colpa delle tensioni tra Usa e Ue fosse colpa di Bush. Si avvicina il momento di un chiarimento sostanziale tra le due sponde dell’Atlantico e non è un caso che in America c’è chi metta in dubbio l’utilità della Nato».

Quali saranno le priorità di strategiche di Obama?
«L’Afghanistan e l’Iran. In teoria anche l’ex Unione sovietica e in particolare Ucraina e Georgia, ma gli Usa non hanno abbastanza potere per perseguirli tutti e tre. E hanno bisogno che Mosca da un lato continui a garantire il transito di mezzi e approvvigionamenti verso Kabul, dall’altro che non dia tecnologia nucleare e tantomeno missili a Teheran. Ecco perché è possibile che Obama faccia fare un passo indietro a Kiev e che rinunci parzialmente allo scudo spaziale. Questo però nell’ambito di una nuova politica geostrategica verso la Russia, ancora da definire. L’Europa come si comporterà? Starà al fianco di Obama?».
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