Su latte e pane l’effetto Asia Aumenti del 100% in sei mesi

Costi alle stelle a causa del boom dei consumi in India, Cina e Paesi arabi

Lievita non solo il prezzo del pane, ma anche del burro, dello yogurt, dei formaggi, dei dolci, del gelato, del latte fresco e soprattutto di quello in polvere, ingrediente protagonista nella preparazione del latte per la prima infanzia. Così, dopo tanti sforzi fatti per contenerlo a prezzi ragionevoli, l’indispensabile alimento dei lattanti sarà destinato ad aumentare. Ma questa volta non per colpa delle sponsorizzazioni di eventi o convegni dei pediatri. Questa volta c’è di mezzo la siccità che ha dimezzato i grandi pascoli in Nuova Zelanda e Australia ma soprattutto le nuove tendenze alimentari dei paesi arabi e dei due colossi orientali, India e la Cina. In particolare, il più popoloso Paese del mondo ha scoperto che il latte è buono e fa bene. E ha cambiato abitudini alimentari. Accantonato il the, si è dato all’acquisto del latte in polvere, facile da conservare e commestibile se opportunamente allungato. Così la bevanda bianca è diventato un prodotto che fa tendenza e dunque molto richiesto. Da qui l’impennata mondiale del prezzo del latte e di quello in polvere che subisce un incremento dell’85% su base annua e del 100% negli ultimi mesi. Dietro a questo cambiamento di abitudini c’è un aspetto politico non irrilevante. Il governo cinese ha scoperto che i bambini fino al dodicesimo mese di vita crescono bene (grazie al latte materno) e in modo sano, dopo l’anno la loro crescita è più lenta e il rachitismo dilaga tra i piccoli. Così le autorità hanno deciso di lanciare una forte campagna a favore del consumo del latte (affissioni e spot televisivi) per promuoverne il consumo. Non solo. Attraverso un progetto scolastico (il più grande al mondo) il governo farà in modo che ogni bambino cinese riceva la sua razione quotidiana di latte.
In Italia
La lievitazione del latte in polvere su base mondiale si riflette , dunque, su tutti prodotti derivati, come dolci, gelati e latte per l’infanzia. L’alimento base necessario alla crescita (quando non si allatta) diventerà ancora più costoso. Le grandi marche hanno praticato negli ultimi tre anni tagli del 25%-30%, ma il prezzo al consumo rimante comunque uno dei più alti d’Europa. In Germania un chilo di latte in polvere per neonati costa circa 9 euro, da noi dai 14 ai 20 circa. C’è da dire che il mercato si è diversificato. «Neolatte» non raggiunge i 10 euro al chilo e in alcuni supermercati, come Esselunga, è spuntato un prodotto austriaco molto competitivo, messo in vendita a soli otto euro. Naturalmente le grandi marche sostengono che il latte più costoso corrisponda a prodotti più digeribili, più ricchi di proteine necessarie alla crescita. Chi vuole attingere per comodità o sicurezza sul mercato italiano, sappia invece che i prezzi saranno ritoccati, dall’anno prossimo. Le materie prime sono aumentate nel primo semestre dell'anno ma senza conseguenze sul prodotto finale. Se però gli aumenti in Europa continueranno a questo ritmo «nei prossimi mesi saranno inevitabili ricadute sui prezzi al consumo anche nel mercato domestico».
Latte fresco
Discorso diverso per il latte fresco che, a causa di continui aumenti, a gennaio del 2008 costerà il 30% rispetto al marzo scorso. «Siamo prigionieri delle quote latte» spiegano all’Assolatte che ritengono ormai controproducente il meccanismo costruito 23 anni fa per calmierare il mercato europeo. «Bisogna modificare il sistema ma prima di smantellarlo servono dei correttivi immediati». La Germania, per esempio, ha chiesto di lasciare mano libera agli allevatori che potrebbero essere sanzionati con multe di lieve entità nel caso di superamento della rispettiva quota latte. In attesa di risposte certe i produttori avvertono: se nelle prossime settimane la Ue non adotterà provvedimenti urgenti, gli aumenti finiranno per scaricarsi sul consumatore. E per la spesa casearia, ogni persona pagherà dai 10 ai 20 euro in più all’anno. Un incremento doveroso, secondo il presidente di Assolatte, che liquida con una battuta l’inevitabile polemica: «Basterà evitare qualche sms inutile - ha detto Giuseppe Ambrosi - e ogni italiano assorbirà senza accorgersi l’aumento». L’Italia ha chiesto all’Ue l’aumento delle quote latte.
Pane
Anche sul pane non è finita l’altalena dei prezzi che continuano a crescere in maniera esponenziale. Il prezzo della michetta o rosetta oscilla ormai tra i 3,30 e i 3,85 euro al kg, quello del pane all’olio tra i 3,45 e i 4,05 euro, mentre quello diversamente lavorato o condito raggiunge generalmente i 4,5 euro. Una spesa che su base annua incide non poco sui costi di una famiglia. Non a caso, secondo i dati Ismea-Ac Nielsen, i consumi di pane sono calati di ben 5,6% nei primi sette mesi dell’anno. Una disaffezione rilevata anche dalla Coldiretti che ha messo sotto accusa i commercianti sostenendo che negli ultimi 20 anni il prezzo del pane è aumentato del 419% mentre quello del grano è addirittura inferiore al 1985. I panificatori, dal canto loro, reagiscono indignati: «Siamo noi i primi a subire gli aumenti, soprattutto per gas ed energia elettrica più che per le materie prime». Tra i due litiganti interviene il Codacons che ha chiesto controlli dell'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza per individuare dove «si annida la speculazione visto che solo il 5% del prezzo finale del pane dipende dal costo del grano». Il rimpallo di responsabilità non conforta la massaia intenta a litigare con il borsellino tutti i santi giorni. Ma la «questione-grano» è ormai diventata di portata globale. Già adesso il 3% del grano mondiale è usato per produrre carburante per auto e mentre la richiesta di grano per nutrire umani e animali cresce dell’1% all’anno, quella dei carburanti sale del 20% all’anno.