Su Obama primi mugugni a sinistra

RomaUn nuovo messia o un falso profeta? Ora che il tifo, l’emozione e l’entusiasmo per l’elezione di Barack Obama si sono un po’ depositati, a sinistra c’è chi mette in guardia, e chi comincia a temere la delusione.
Il manifesto, ieri, affidava il commento ad un’americana, sicuramente di sinistra, sicuramente anti-Bush ma anche un po’ scettica sulle virtù salvifiche obamiane, Judith Butler. Docente a Berkeley, autrice di uno dei saggi più interessanti del nuovo pensiero femminista, «Gender Trouble», la Butler avverte che «ci sono sempre buone ragioni per non abbracciare l’ideale dell’unità nazionale, e per sospettare di una identificazione assoluta e totale con qualsivoglia leader politico». E si chiede quante possibilità ci siano, soprattutto per gli americani di sinistra, di «andare incontro ad una certa, inevitabile delusione quando questo leader carismatico mostrerà la sua fallibilità, la disponibilità al compromesso e persino a tradire le minoranze». Dopotutto, sottolinea, «Obama è a malapena un uomo di sinistra», e le sue azioni da presidente saranno inevitabilmente condizionate anche «dalla politica di partito, dagli interessi economici, dal potere statale». In conclusione, la Butler chiede subito fatti, al neo-presidente: per «evitare una delusione drammatica deve agire presto e bene», e assumere immediate iniziative di peso: la chiusura di Guantanamo e il superamento di quella giustizia «speciale» che ha danneggiato l’immagine degli Usa nel mondo; il ritiro dall’Irak.
I dubbi della Butler, d’altronde, riecheggiano lo scetticismo ancor più netto di una icona radical come Noam Chomsky, che ha definito Obama «un prodotto pubblicitario» senza sostanza. E, per restare in un ambito più casereccio, anche Rifondazione - divisa su tutto - si divide pure su Barack. Il cui programma, spiega il responsabile esteri Fabio Amato, è «un revival degli anni ’60, senza la forza di mettere in discussione l’american way of life, lo strapotere delle multinazionali, la guerra come mito fondante della potenza nordamericana». Il suo progetto di riforma sanitaria è «timido», e la sua vittoria «non deve illuderci». Tanto più che Obama è arrivato a dichiarare «la sua ammirazione per Ronald Reagan, motivata dal fatto che l’ex attore presidente è stato, secondo Obama, il miglior inteprete del cambiamento, capace di cogliere l’avversione contro gli eccessi degli anni ’60 e ’70: ovvero i movimenti sociali, sindacali, contro la guerra, per i diritti civili e delle donne».
Obama, rimproverano da sinistra, non è contro la pena di morte, non ha appoggiato il «no» al referendum contro i matrimoni gay. E anche sul sostegno ai diritti degli afroamericani c’è qualche dubbio: Obama ha dimenticato Luther King e Malcolm X, accusa Silvia Baraldini. E in fondo rappresenta solo «la capacità innovativa del potere americano».