Su quella bara vuota si prega e si brinda a suon di equivoci

«Povero Piero»: alta classe, ma poco dramma nella pièce di Campanile

Enrico Groppali

Quando si alza il sipario sul salotto azzurro della casa in cui il Povero Piero ha esalato l'ultimo respiro, le luci di sala sciabolano lampi e bagliori mettendo a fuoco tre colori dissonanti. Come nella trilogia cinematografica di Kieslowski, Pietro Carriglio allinea nella sua regia del piccolo grande testo di Campanile dapprima la toilette arancio acceso della vedova Magda Mercatali, perfetta nella sospirosa evocazione dello scomparso squassata da ironici soprassalti da civetta in calore. Poi le contrappone la grazia saccente della sorella Clelia (Anna Gualdo) che legge imperturbabile l'ultimo libro giallo. E infine completa la tela con la tonaca bigia e oro della suocera-sacerdotessa Rosalina Neri, squittente come un canarino a pretendere un'eredità che non c'è. Il fatto di dover dare il ferale annuncio della dipartita del congiunto solo ad esequie avvenute tormenta la famigliola. Funestata dall'imprevista irruzione della coppia formata dal dandy Massimo De Rossi che rifà un gigolo dannunziano e dalla fidanzata Eleonora Vanni che ripete nel birignao e nella mossa lasciva il passo e i gesti di Judy Holliday in Nata ieri.
Ma si trattasse solo di questo! Su quella povera Italietta che Carriglio scenografo popola di vignette degne di Vamba e del suo Gian Burrasca, piomba un'accolita degna di Pitigrilli con l'operaio Nello Mascia che pare un marziano di Ray Bradbury e Franco Iavarone, cognato dalla lacrima facile al quale, quando Piero è resuscitato tutti preferiscono tacere la gioiosa smentita dei fatti. Come in una commedia irlandese di O'Casey o di Brendan Behan ci si sdraia sulla bara vuota coniugando champagne e sciocchezze dietro le spalle robuste di Giulio Brogi, magnetico protagonista di questo grottesco balletto di cadaveri viventi dove ciascuno danza sulla punta delle parole trasformando la chiacchiera in un delirante castello di qui pro quo. Fino alla conclusione del memorabile spettacolo quando, crollate sul palco le paratìe di sostegno della favola e annunciata dalla vispa Teresa della Mercatali la fine dell'avanguardia a teatro, l'arte suprema di Carriglio trionfa facendo trapelare dagli ultimi bisbigli di Brogi l'impeto feroce di uno scherzo di Witkievicz in uno splendido risultato d'alta classe.

POVERO PIERO - di Achille Campanile Teatro Biondo di Palermo. Regia di Pietro Carriglio, con Giulio Brogi. Palermo, fino al 18 gennaio