«Su quella strada maledetta mi sono rivisto morto»

Sabato notte, intorno alle tre, Luca Patera guidava tranquillo da Santa Maria al Bagno a Galatone, chiacchierando con un’amica. È estate, una serata come tante altre, lo aspettano per andare a ballare. Non importa se la strada evoca ricordi dolorosi, un incidente terribile che nove anni fa gli costò 17 giorni di coma: «Il tempo è la miglior medicina, la vita continua, pensavo di essermi lasciato alle spalle quell’esperienza».
A volte però le storie si incrociano in modo imprevedibile, ti riportano indietro.
Nel 1999, sulla provinciale Galatina-Galatone, l’auto sulla quale Luca viaggiava in compagnia della ragazza e di una coppia di amici si scontrò con una Fiat Uno con a bordo due operai. I morti furono tre; lui, che allora aveva 19 anni, sopravvisse per miracolo, assieme alla fidanzata e al conducente. L’altro ieri, Luca si è ritrovato catapultato nel passato, di fronte a un’incidente drammaticamente simile al suo: sette giovani uccisi da uno scontro frontale, a una manciata di chilometri dal luogo dove lui stesso rischiò di perdere la vita. «Non era passata nemmeno un’ora dall’impatto. Ho visto le auto accartocciate, la polizia, le ambulanze, i corpi sull’asfalto - racconta ancora stupefatto -. Ne ho guardato uno, non riuscivo a capire se fosse un uomo o una donna. Ho pensato: ecco, questo è ciò che hanno visto i miei soccorritori dieci anni fa. Una scena da film horror, e il protagonista ero io, irriconoscibile, con la mandibola e il mento fratturati, il collo gonfio. Mi sono venuti i brividi, non ho retto e sono subito andato via».
Ma ha continuato a pensare ai familiari delle vittime. «Non riuscivo a togliermi dalla mente la telefonata che li aspettava: “Suo figlio ha avuto un incidente, è morto”. Un dolore tremendo. Ho pensato alla famiglia di Federica Baldari (la ragazza tutt’ora in coma - ndr), che conosco di vista perché è di Galatina come me: lo scorso anno è mancato anche il padre, morto di tumore». Luca sa bene di cosa parla, anche per i suoi genitori fu durissima. «Quando ero in coma, mia madre, disperata, fece un voto a Padre Pio - ricorda -. Salì al santuario di San Giovanni Rotondo in ginocchio, rompendosi le rotule, per chiedere che mi salvassi».
Una preghiera esaudita. «Ma non è stato facile. L’incidente l’ho completamente rimosso, ma ricordo che quando mi svegliai dal coma non ero in me, lasciai la mia fidanzata senza motivo, mi comportavo in modo strano. Poi pian piano mi sono ripreso e ho imparato a vedere il lato positivo di ciò che mi era accaduto». Da allora, infatti, la sua vita è cambiata: «Sono una persona diversa, migliore: prima ero timido, pensavo mille volte prima di fare qualunque cosa, adesso sono più estroverso, mi “butto” facilmente, so che dall’oggi al domani tutto può svanire. E anche alla mia scelta di diventare infermiere ha contribuito l’incidente».
Ai giovani non si sente di dare i soliti consigli. «Penso sia inutile fare i professori, dire “state attenti, andate piano, evitate l’alcol”. A una certa età le fesserie le abbiamo fatte tutti, e ancora adesso io mentirei se dicessi che qualche volta non mi capita di correre». Un messaggio, però, lo vuole lasciare. «Se uno si mette al volante dopo aver bevuto, va troppo veloce e ci resta peggio per lui.
Ognuno è responsabile di quello che fa, ma che succede se ci vanno di mezzo altri? Spesso a morire sono poveretti che non c’entrano nulla. E questo, davvero, è intollerabile».