«Su quelle ruote sono diventato scrittore»

Il romanziere irlandese Michael Collins racconta la sua vita vagabonda con moglie e figli. «È un’ispirazione dietro l’altra»

Seba Pezzani

Con un nome come il suo, Michael Collins, che sostiene di essere un discendente diretto del padre dell'Irlanda moderna, non poteva che mostrare inclinazioni rivoluzionarie o, quanto meno, anticonformiste. Promessa del mezzofondo irlandese, si è trasferito al prestigioso ateneo americano di Notre Dame grazie a una borsa di studio e ha vissuto per parecchio tempo in clandestinità, tra Canada e Usa, prima di stabilirsi nella zona di Seattle. I suoi romanzi, pubblicati in Italia da Neri Pozza, hanno ottenuto diversi riconoscimenti. «L'altra verità», in particolare, è stato definito romanzo irlandese del 2000. Oggi divide il suo tempo tra università, lavoro, maratone estreme. E viaggi in camper.
Come mai la vita sulla strada la attira tanto?
«Lo scorso anno, ho deciso di caricare moglie e tre figli sul mio camper da 12 metri e di andare fino alle Olympic Mountains, una catena montuosa che nasce sul Pacifico, a poca distanza da Seattle, nei pressi di una riserva indiana. A casa non ce la facevo più a scrivere e ad allenarmi per le maratone. Su quei monti, invece, al mattino facevo passeggiate con i miei figli e gli spiegavo la natura del luogo e le tradizioni dei nativi americani; al pomeriggio mi allenavo e alla sera scrivevo ed è così che ho completato il mio ultimo romanzo, The Secret Life of E. Robert Pendleton».
Il camper continuerà ad avere spazio nella sua vita futura?
«Man mano che i miei figli crescono, credo che almeno un mese all'anno lo trascorreremo in camper, lontano dalle comodità della comunicazione contemporanea. Niente Dvd. Solo una radio sintonizzata su una stazione di standard degli anni '20. Tanta natura e un po' di sano isolamento. D'altra parte, il Canada e gli Usa occidentali, soprattutto le zone affacciate sull'oceano, concedono spettacoli mozzafiato, in un isolamento quasi irreale. Un camper come il mio è in grado di alloggiare fino a dieci persone. La cosa positiva è che ti puoi portare le comodità della vita moderna in luoghi lontani dai circuiti turistici e spesso persino sprovvisti di strutture alberghiere».
Quali immagini le trasmette la vita sul camper?
«Viaggiare in camper è un'esperienza surreale, come se stessi vivendo su uno schermo gigante. In fondo, sul camper abbiamo tutto quello che ci serve e attraversare i paesini della provincia ti fa sentire una specie di voyeur che si intromette nell'intimità della gente del posto. Sono convinto che gli sguardi sfuggenti della gente siano uno degli spunti più interessanti per uno scrittore. Il richiamo della strada affonda le sue radici nei giorni in cui ero un clandestino negli Stati Uniti. Il 1980 fu un anno orribile, in cui mi guadagnai da vivere lavorando fino a tardi nei pub irlandesi. Avevo 17 anni e, non appena ebbi i soldi sufficienti, mi comprai una station wagon usata per conoscere l'America prima di essere espulso dal paese. Furono 7 mesi di viaggio e che definirono i confini della mia scrittura, confini che descrissi nel romanzo semi-autobiografico Emerald Underground, incentrato sulle peregrinazioni di un ragazzino irlandese che trova la sua redenzione sulla strada. In fondo, il libro che ha segnato la mia crescita è Sulla strada di Jack Kerouac, il fondamento di un certo intellettualismo americano. Non so se Richard Ford o Jim Harrison abbiano mai vissuto sulla strada, ma ho come la sensazione che anche loro abbiano attinto alle vastità dell'America, forse perché i loro personaggi sono alla ricerca di qualcosa, sulle strade o sui motel che le fiancheggiano».
E la strada dove l'ha portata oggi?
«Sto accingendomi a scrivere un romanzo che contempla l'idea di un disfacimento del mondo, di una crisi terribile dell'era informatica. In un certo senso, l'idea di questa storia è nata sul camper, lontano dalla modernità. Siamo solo agli inizi, ma confido nella pioggia battente e nei venti sibilanti del Pacifico, sulle cui spiagge conto di sostare a lungo».