Ma su Telecom Prodi non ha vinto

Gli equilibri determinati dalla vicenda Telecom Italia non sono completamente definiti: chi farà il presidente? Quali sono i «veri» patti con Telefonica? A seconda delle diverse ipotesi industriali, poi, della nuova Telecom Italia, si costruiranno alleanze che andranno in un senso o nell'altro. Comunque i nuovi assetti della società telefonica italiana consentono alcune riflessioni. Secondo Eugenio Scalfari il vincitore sarebbe Romano Prodi che, andando persino contro l'amata Intesa San Paolo, avrebbe scongiurato l'entrata di Mediaset in Telecom e aperto un inedito rapporto con Mediobanca. C'è molto wishfull thinking, visione distorta dai desideri, in questa analisi. L'idea prodiana era di fare di una nuova centralità di Intesa San Paolo (la banca dello sviluppo italiano, come l'aveva definita, arricchita da Casse depositi e prestiti, fondi 21, alleanze tra fondazioni e quant'altro) il luogo di direzione dell'economia italiana. Questa era la logica degli atti di Prodi, per molti versi putiniana e in ogni caso nostalgica dei tempi dell'Iri.
Questa logica ha subito un colpo, innanzi tutto per la testardaggine di Marco Tronchetti Provera nel rifiutare di suicidarsi. La sconfitta della linea fondamentale di Prodi è stata così evidente che l'abilissimo Corrado Passera, prendendone atto, per uscire dall'impasse ha cercato un rapporto con Mediaset. La capacità di manovra di Passera aveva per un qualche momento fatto pensare a una crisi strategica di Mediobanca, emarginata nella principale operazione finanziaria del Paese, e persino nella gestione del business di una società da sempre decisiva come la Pirelli per il gruppo di piazzetta Cuccia. In realtà l'impasse era dell'ala più radicale di Mediobanca, quella che tentava di far sistema con l'establishment prodiano, in qualche misura rappresentata da Guido Rossi e in parte da Piergaetano Marchetti. Il nocciolo duro mediobanchesco, con l'appoggio innanzi tutto di Cesare Geronzi, invece ha retto.
E se oltre al caso Telecom, si riflette sul nuovo consiglio di amministrazione delle Generali (con annesso fastidio di Antoine Bernheim sia per l'interventismo del governo sia per le incertezze di Intesa San Paolo su Eurizon), sull'ottimo lavoro fatto con finanzieri texani per Alitalia, sull'assistenza puntuale (e combattiva) ad Aem nelle trattative con Asm Brescia. Sulla capacità di decisione in Gemina. Se si allarga lo sguardo a tante recenti operazioni, si ha la sensazione che il cuore cuccian-maranghiano di piazzetta Cuccia non sia spento. Anche senza credere ai pettegolezzi che parlano di un ruolo nell'operazione Hopa-Palladio che tanto è dispiaciuta a Giovanni Bazoli e Romain Zaleski.
Ma al di là delle dinamiche finanziarie, una riflessione va fatta sugli aspetti politici che queste implicano: certo Prodi continua a impicciarsi, probabilmente c'è un suo zampino in come Mediaset è stata prima tirata in ballo e poi esclusa. Ma quello che si intravede è la fine di un disegno più complessivo di irreggimentazione dell'Italia in un accordo tra un establishment chiuso e il conformismo mortificante del centrosinistra. È giusto denunciare i rischi del prodismo, è utile cogliere però anche le finestre che si aprono.
Lodovico Festa