La sua morte è stata un’altra sfida

Vien quasi da pensare che Oriana Fallaci, tragica e veemente Cassandra, abbia scelto la data della sua morte. Per circostanze che superano di molto la conclusione d’una parabola umana, l’addio di Oriana alla vita acquista infatti uno straordinario valore simbolico. La profetessa che da New York, con accenti terribili, fustigava l’Europa smidollata e pronta a diventare Eurabia, se n’è andata mentre l’Islam da lei odiato si scaglia, con unanimità minacciosa, contro Papa Ratzinger.
La colpa di Benedetto XVI sta nell’aver ricordato - in chiave storica e teologica, non in chiave d’attualità - che il concetto della guerra santa è «irragionevole e contrario a Dio»,e che «il diffondere la fede per mezzo della spada», come predicava Maometto, è «cattivo e disumano». A queste semplici e chiare verità il Papa è approdato con un dotto percorso, chiamando tra l’altro in causa l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo: ma sulla sua condanna della jihad non possono esservi dubbi.
Non mi azzardo a sostenere, sia ben chiaro, che il pensiero del Pontefice sia uguale a quello della Fallaci. Credo anzi che la scrittrice guerriera avrebbe avuto molto da ridire sugli accenti con cui Benedetto XVI s’è scagliato contro un Occidente odiato dall’Islam anche per i suoi vizi e per la perdita di valori etici. Ciò che colpisce e - se vogliano attenerci ai moniti della Fallaci anche atterrisce - è la coralità sterminata della protesta musulmana contro il Papa. Non s’è notata distinzione alcuna tra arabi fondamentalisti e arabi moderati. Il capo religioso d’un Paese, la Turchia, che è per costituzione laico e che aspira a entrare nell’Unione Europea s’è trovato a braccetto con i fanatici di Hezbollah.
Oriana andava gridando che non dobbiamo illuderci, che la fiducia in un islam «buono» è sbagliata e autolesionista, che quel blocco invasato ha sì al suo interno elementi ragionevoli, ma purtroppo li annulla nella fornace del fanatismo. E in tanti - dopo La rabbia e l’orgoglio e gli altri due saggi della trilogia islamica di Oriana - le davano sulla voce: accusandola di catastrofismo apocalittico. I suoi toni esasperati non lasciavano, nel loro oltranzismo, alcuna via d’uscita. Dovevamo proprio sentirci a quel punto, sul bordo del precipizio?
Confesso d’avere avuto anch’io di queste perplessità. L’Islam ragionevole, se esiste - e confido nonostante tutto che esista - avrebbe dovuto, dopo le parole di Ratzinger contro la jihad (non più severe delle sue parole contro il «dileggio del sacro» cui assistiamo dalle nostre parti) prendere posizione. Prenderla per portare il discorso su un piano di razionalità e di riconoscimento dei valori che l’Occidente definisce democratici. Che si offendessero pure per l’accenno a Maometto. Ma la guerra santa contro l’infedele la ritengono un principio d’altri tempi (anche il cristianesimo ebbe in altri secoli le sue guerre sante) o la ritengono una strategia ancora valida non solo per il partito di Dio libanese o per i talebani, ma per l’Islam nel suo insieme? Era disposto, l’Islam moderato, ad opporsi ai fondamentalisti e a predicare la rinuncia alle armi, ossia la rinuncia al terrorismo? Evidentemente il cosiddetto Islam moderato non se l’è sentita di scindere esplicitamente le sue posizioni da quelle degli estremisti sanguinari. Proprio questo la Fallaci scriveva e ribadiva, e furibondamente scrisse e ribadì finché la malattia le lasciò la possibilità d’esprimersi. Impareggiabile e insopportabile Oriana. Con lei ho vissuto, in anni lontani, lunghe fasi della mia parabola professionale. Poteva farti arrabbiare, ma ti faceva sempre pensare. Questo ha fatto anche nella sua ora ultima.